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A Punta del Serrone è l’estate di squali e torpedini

di Alessandro Caiulo

Dovendo descrivere la mia ultima immersione, quella effettuata la mattina di domenica 15 maggio davanti agli scogli del Serrone, è impossibile non accennare alla circostanza che proprio mentre ero con un gruppo di amici subacquei, ad una paio di centinaia di metri da Punta Penne, ad una decina di metri di profondità, uno squalo appartenente al genere Prionace (glauca), comunemente chiamato Verdesca, è stato visto e filmato da riva proprio mentre gironzolava fra gli scogli affioranti dietro Torre Penne, dove l’acqua è alta nemmeno un metro.

Si tratta di un squalo di non grosse dimensioni – l’esemplare in questione aveva una taglia inferiore ai due metri – un tempo molto comune in Adriatico, la cui presenza è stata quasi azzerata da anni di pesca indiscriminata. Ora, almeno in Italia, è specie protetta, anche se, curiosamente, i suoi tranci sono comunemente in vendita in quanto se pescati non in mari italiani, possono essere normalmente acquistati e consumati anche dalle nostre parti.

Vero è, anche, che a volte le sue carni vengono spacciate per quelle ben più costose di Tonno o, addirittura, di Pesce spada, ma in questo caso siamo già di fronte a casi di frodi alimentari, oltre che di pesca di frodo!

Il video, pubblicato sulla pagina facebook di Senza Colonne News, ha fatto subito il giro del web, incassando migliaia di visualizzazioni e centinaia di condivisioni, in quanto questa “sinistra apparizione” alla vigilia della nuova stagione estiva, ha creato un certo allarme che è, probabilmente, opportuno stemperare con qualche notizia in più riguardo questo predone del mare.

Ha un corpo leggero, snello e molto idrodinamico, con pinne pettorali allungate e strette, mentre le altre sono corte ed appuntite. Altra caratteristica che lo distingue dagli squali più temibili è che anziché avere la classica capacchiona con bocca enorme e denti tritura tutto, la sua testa è appuntita e la sua bocca meno impressionante dei cugini “cattivi”. Tant’è che le sue prete abituali sono pesci di taglia medio-piccola, calamari, seppie, polpi pelagici (quelli che vivono in alto mare e non i mezzo agli scogli, tanto per intenderci), gamberi e, poi, carcasse di animali più grandi in quanto, anche per le loro dimensioni ridotte, non scelgono mai prede particolarmente grosse; occasionalmente sono stati visti predare gabbiani che galleggiavano sonnecchiosi in mare aperto.

I casi di attacchi all’uomo da parte di questo squalo sono stati estremamente rari, appena una dozzina, in tutto il mondo, nell’ultimo secolo e solo in quattro casi certificati ne è seguita, per complicazioni da dissanguamento, la morte del malcapitato.

C’è stato un caso in Italia, alcuni anni addietro, in cui un ragazzo è stato morso al polpaccio, mentre si trovava in piedi vicino a riva, da un giovane esemplare: tanto spavento e qualche punto di sutura per questo assaggio fuori programma!

Per quanto riguarda i subacquei, normalmente la Verdesca evita di avvicinarsi troppo in quanto la stazza dell’uomo che, a differenza della gamba del bagnante, vede per intero, è decisamente fuori taglia per i suoi spuntini. Va detto anche che, in genere, tende a stare lontano dagli schiamazzi e della gran confusione che viene dalle spiagge per cui, in estate, è quasi impossibile che un esemplare adulto si possa avvicinare a riva.

Con riferimento al luogo dove è stato avvistato, va precisato che se è vero che la profondità del mare, in quel punto preciso, è di appena un metro di altezza, la scogliera che lo squalo aveva appena aggirato cade a picco nel mare per una decina di metri, per cui sarà capitato che, inseguendo un banco di pesci, si sia trovato in difficoltà per qualche attimo in quella pozza d’acqua poco profonda da cui prontamente, sia pure con qualche difficoltà, è uscito per dirigersi nuovamente in mare aperto. Va anche detto, infine, che la Verdesca è un vero e proprio vagabondo del mare per cui è sommamente probabile che l’esemplare visto domenica mattina aggirarsi fra gli scogli affioranti del parco del Serrone, a poche centinaia di metri da dove ero in immersione con gli amici, sia ora molto lontano da Brindisi, mentre al largo dalle coste a nord della città, due giorni dopo, è finito accidentalmente nelle reti di un peschereccio un esemplare di circa tre metri di quel che è sembrato essere un Capopiatto (Hexanchus griseus), conosciuto anche come squalo vacca, specie, questa, assolutamente innocua per l’uomo, da cui preferisce rimanere lontano e che è solito frequentare i fondali non troppo vicini alla costa. Va precisato che l’equipaggio del peschereccio si è subito prodigato per liberare l’animale marino e restituirlo prima possibile al suo elemento naturale, sano e salvo. Due avvistamenti del genere, in un così ristretto lasso di spazio e di tempo, pur se sorprendono, non devono preoccupare più di tanto e vanno visti, anzi, in chiave positiva come riprova della biodiversità del nostro mare.

Abbiamo chiesto lumi, riguardo la presenza di questi squali a Brindisi ed il potenziale pericolo per l’uomo, al prof. Dino Pierri del Dipartimento di Biologia Marina dell’Università di Bari, il quale oltre che un esperto in materia è anche un amico ed un provetto subacqueo: “gli squali ci sono sempre stati nei nostri mari. La Verdesca sicuramente. Il Capopiatto un po’ meno. Altri squali sono molto meno comuni e difficilmente si avvicinano alla costa, prediligendo acque profonde. Detto ciò gli attacchi di squalo sono estremamente rari e quasi sempre causati da comportamenti errati da parte dell’uomo. La Verdesca è il più aggressivo, ma vi assicuro che si tiene bene alla larga dall’uomo. Potrebbe essere attirato da un pesce pescato da un sub, per il resto non c’è da preoccuparsi. Ha dimensioni tali che per nessun motivo potrebbe attaccare un essere umano per fini predatori. Lo squalo Toro meno che mai. L’unica popolazione stabile in Italia e fra Lampedusa e Lampione. Un esemplare giovane potrebbe anche spingersi oltre, ma i nostri mari non sono adatti in quanto hanno bisogno di acque fredde, profonde e ricche di pesce”.

Detto questo, possiamo tornare alla nostra immersione della domenica che è stata molto bella e suggestiva ed anche se abbiamo mancato l’incontro con la Verdesca (il che, sinceramente, non mi è dispiaciuto più di tanto…) sicuramente abbiamo goduto dello spettacolo che la natura offre nel ricco e limpido mare che il buon Dio ha donato a Brindisi.

L’appuntamento è in un luogo cult per i brindisini di vecchia generazione: alla spiaggia del cavallino bianco (che spero nessuno si sogni di ribattezzare “little white horse” o altra anglofona quanto cacofonica amenità del genere) così chiamata, oramai, anche su atti ufficiali e nei vari motori di ricerca, in quanto circa quarant’anni fa il famoso ristoratore di via Lata, Pino Maciste, issò su un palo della cuccagna alto circa sette metri, proprio nel punto dove ora vi è l’ingresso sud del parco del Serrone, un cavallino bianco da giostra e da quel momento per spiegare dove era la sua dimora estiva, spiegava di andare dove c’era il cavallino bianco. Per alcuni anni in quel posto, oramai noto come il cavallino bianco, si organizzarono anche feste e giochi estivi.

Una torpedine nel mare di Brindisi

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E’ accaduto, circa tre anni fa, che in una ventosa giornata di primavera, alla vigilia della Festa della Liberazione, il palo con annesso cavallino finissero a terra e di quel simbolo che segnava il posto si perse ogni traccia, anche se pare che chi fu mandato a ripulire e mettere in sicurezza la zona, non conoscendo il valore identitario che quel vecchio balocco aveva assunto nel tempo, lo avesse conferito in discarica. Da qualche mese, sia pure sulla cima di un palo di dimensioni ridotte, è apparso, ben visibile dalla strada, un nuovo cavallino che, seppure più brutticello dell’originale, ne rinnova il ricordo.

La giornata è perfetta, il sole quasi estivo, solo una leggera brezza marina che non increspa più di tanto il mare che è di un celeste quasi trasparente e lascia presagire una splendida immersione.

Bombole in spalla ci addentriamo nel parco oltrepassando la prima lunga passerella e ci caliamo in mare dalla prima caletta rocciosa dopo la punta della Crocetta, pinneggiamo in superficie per un centinaio di metri verso il largo, in modo da evitare di sprecare la preziosa aria che custodiamo nelle bombole in un tratto di pochissima profondità e meno interessante da vedere, e , giunti sul ciglio del costone roccioso, ci immergiamo dove il fondale degrada istantaneamente, fra nuvolette di piccoli pesci che si lasciano attraversare, fino a dieci metri di profondità.

Da un piccolo anfratto della roccia sporgono della antennine arancioni che attraggono subito la nostra attenzione: si tratta di una piccola aragosta (Palinurus elephasche) che ha trovato ospitalità lì e che presto, crescendo, predatori permettendo, si sposterà a maggiori profondità. Si tratta di un animale un tempo abbastanza comune nel nostro mare, ma che la pesca indiscriminata che ne è stata fatta per decenni, anche di esemplari sottotaglia, ha ridotto sensibilmente. Il fatto che esemplari giovani siano tornati ad essere presenti sottocosta è sicuramente un segnale positivo di ripresa di questa specie.

Passano pochi minuti ed abbiamo un incontro “elettrizzante” con un altro animale marino decisamente raro in Adriatico: una Torpedine marmorizzata (Torpedo marmorata), che i vecchi pescatori chiamo “tremula” in quanto capace di infliggere a chi la dovesse anche solo sfiorare, potenti scariche elettriche in grado stordire sia le sue prede che i suoi potenziali aggressori. Dal momento che l’acqua salata è un potente conduttore, una scarica di 300 volts, tante è capace di irrogarne questo animale, potrebbe causare seri problemi anche ad un uomo adulto.

Come curiosità va detto che si tratta di un pesce viviparo, vale a dire i cui embrioni si sviluppano protetti e nutriti nel corpo della madre, la quale partorisce neonati che misurano alla nascita già una dozzina di centimetri.

La Torpedine che incontriamo è ben consapevole della sua potenza che la tiene al sicuro da ogni genere di attacco, tant’è che nonostante la nostra presenza, continua imperterrita a gironzolare sopra un tappeto di foglie recise di Posidonia, prima di allontanarsi lentamente non perché teme qualcosa da noi, ma in quanto si sarà resa conto che la nostra sgradita presenza aveva fatto allontanare le sue potenziali prede!

Certo dopo aver incontrato due rarità del genere nei primi dieci minuti di immersione, tutto quanto si parava davanti ai nostri occhi e che in altre occasioni avrebbe destato il nostro interesse e la nostra meraviglia, ha rischiato di apparire quasi banale: dai grossi polpi che al nostro avvicinarsi si rintanavano, lasciando fuori solo gli occhi sporgenti a fissarci fino al cessato pericolo, agli scorfanetti rossi, dalle spugne gialle a candelabro, colonizzate dalle margherite di mare alle immancabili stelle marine color porpora che al Serrone sono quanto mai abbondanti, e qui è lì, incrostati fra gli scogli, pezzi di anfore ed altri oggetti in terracotta, segno di antichi naufragi.

All’improvviso, virando verso la scogliera per cominciare a fare ritorno verso riva, assistiamo al rito dell’accoppiamento, fatto di più o meno finte lotte fra maschi e di vere e proprie danze nuziali, dei tordi pavone, labridi il cui nome rievoca per gli sgargianti colori che gli esemplari maschi assumono nel periodo dell’accoppiamento, dell’omonimo e vanitoso “pennuto”.

Mi stacco dal gruppo e seguo per una decina di metri una coppietta che dopo i vari rituali sembrava aver deciso di metter su famiglia e mi sento quasi un guardone quando, con la mia fotocamera scafandrata, paparazzo l’accoppiamento.

L’aria nelle bombole comincia ad esaurirsi, è ora di uscire dall’acqua, ci dirigiamo decisamente verso riva e torniamo in superficie proprio davanti al moletto della spiaggia dove avevamo parcheggiato le auto, con vista sul nuovo cavallino.

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