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A Torino giovani da tutto il mondo per il Climate Social Camp: “Ci rimane poco tempo”. Traffico bloccato e blitz contro Snam e Intesa San Paolo

“La situazione del pianeta è critica, ci rimane poco tempo. Noi siamo il presente e siamo il futuro”. Michelin Sallata ha 25 anni, è indonesiana e rappresenta l’Alleanza Globale delle Comunità Territoriali, una rete di comunità indigene di 24 Paesi diversi che prova a salvare oltre 950 milioni di foreste dall’Amazzonia all’Estremo Oriente. In questi giorni è arrivata a Torino per condividere la sua esperienza al Climate Social Camp, il campeggio per la giustizia climatica e sociale che si svolge in contemporanea al raduno europeo dei Fridays For Future e che ha portato sotto la Mole un migliaio di attivisti ambientali da tutto il mondo.

C’è Nancedalia Ramirez, una giovane donna messicana dello Stato del Guerrero che insieme alla sua comunità lotta per difendere le foreste. “Finalmente gli scienziati ci hanno riconosciuto il diritto ancestrale di guardiani dei boschi. La nostra battaglia non è solo per noi ma per tutti e per le generazioni future”. C’è Tiana dell’associazione serba “Znamo da ne damo” che lotta contro lei costruzione di miniere di litio in Serbia. C’è Irdi del sindacato albanese “Organizata Politike” che mette insieme studenti e giovani operai per un’istruzione pubblica gratuita e contro il progetto di legge sulla deforestazione. C’è Antonio, 19 anni, dell’associazione Climaximo, che vive in Portogallo dove “il 100 per cento del territorio è in condizioni di siccità estreme. Ha appena finito la scuola superiore ma prima di iniziare l’università si prenderà un anno sabbatico per dedicarsi a tempo pieno alla lotta contro il cambiamento climatico.

E poi ci sono i rappresentanti dei movimenti sociali italiani, dai No Tav ai No Muos, dal comitato contro la nuova base militare a Coltano in Toscana all’associazione Acmos fino ai No Grandi Navi di Venezia. “La crisi climatica non è una catastrofe che arriva in un giorno, ma la stiamo vivendo ormai quotidianamente – spiega Andrea – fa male vedere che un pezzo di ghiacciaio della Marmolada si stacca mentre il progetto per le Olimpiadi a Cortina va avanti ed è inaccettabile che in una condizione di siccità la Coca Cola possa usare oltre un milione di litri d’acqua per cifre ridicole”. Da lunedì a venerdì al Climate Social Camp queste esperienze vengono condivise nei vari dibattiti e nei workshop che si tendono sotto al tendone principale immerso nel verde del Parco della Colletta. Qui tutto è ecosostenibile perché “a differenza di altri, noi quello che diciamo poi lo facciamo” spiegano alcuni ragazzi mentre servono birra nei bicchieri riutilizzabili. I pasti sono rigorosamente vegani, tutti usano la borraccia e viene distribuita frutta fresca durante le pause tra un dibattito e l’altro.

Ma c’è anche lo spazio per le azioni di protesta. In attesa dello sciopero per il clima di venerdì mattina, ieri pomeriggio gli attivisti sono partiti in corteo bloccando la rotonda di ingresso dell’autostrada per Milano per 45 minuti tra i clacson degli automobilisti arrabbiati e gli applausi di alcuni bagnanti sulla riva della Stura in secca. Durante il corteo gli attivisti hanno “sanzionato” la sede torinese della Società Nazionale Metanodotti “una delle aziende e italiane che costruisce infrastrutture per il gas metano – spiega una delle attiviste – e il gas metano è uno dei combustibili fossili più inquinanti e non è una soluzione alla transizione ecologica”. E alcuni di loro si sono arrampicati su una delle due torri residenziali per coprire l’insegna della banca Sanpaolo con la scritta “Stop Fossil Fuel”. “Stiamo coprendo i simboli di chi sfrutta la terra e le persone – attaccano gli attivisti – e la banca Sanpaolo è la prima banca in investimenti in combustibili fossili”.

Mentre il blocco della circolazione continua e una delle rotonde principali viene bloccata con un “girotondo” uno degli attivisti portoghesi, Antonio, precisa: “Stiamo praticando l’azione diretta contro l’immobilismo dei governi”. Sono passati quasi quattro anni dal primo sciopero del clima lanciato da Greta Thunberg: “All’inizio ci deridevano, oggi ci ascoltano, ma non ci basta – racconta Luca – hanno perso quattro anni speriamo di non perderne altri dieci o venti perché non abbiamo più tempo”.

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