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Addio a Jean-Luc Godard, Libèration: “Ha fatto ricorso al suicidio assistito”

Il giornale francese riferisce che il maestro della Nouvelle Vague, morto oggi a 91 anni, «non era malato, era semplicemente esausto»

«Jean-Luc Godard non era malato, era semplicemente esausto» per questo ha fatto ricorso al suicidio assistito. Lo ha raccontato un amico di famiglia al giornale francese Libération. Che riferisce la notizia confermata anche da un’altra persona vicina al regista franco-svizzero, morto oggi all’età di 91 anni. «Aveva deciso di farla finita – racconta la fonte – Era una sua decisione ed è importante che si sappia»

In Svizzera, ricorda il giornale francese, è consentito il suicidio assistito in quanto l’articolo 115 del Codice penale svizzero, che risale al 1937, stabilisce solo che «chiunque, spinto da un motivo egoistico, istighi una persona al suicidio o la aiuti a commetterlo, è punito con una pena detentiva fino a cinque anni o con una pena pecuniaria». Nel 2014 il regista aveva dichiarato: «Spesso chiedo al mio medico, al mio avvocato, così: “Se vengo da lei e le chiedo dei barbiturici, […] della morfina, me ne darà un po’?”. Non ho ancora ricevuto alcuna risposta favorevole».

Addio a Godard, maestro della Nouvelle Vague

Tra i fondatori negli anni ’60 della Nouvelle Vague, Godard è stato un personaggio dall’opera prolifica e proteiforme, intellettuale dalle molte vite e lotte politico-culturali. Nato a Parigi il 3 dicembre 1930, Godard, padre della “modernità cinematografica”, lascia al patrimonio mondiale più di 100 film girati in 70 anni di carriera: fra gli altri, «A bout de souffle» (Fino all’ultimo respiro), «Le Mèpris» (Il disprezzo), «Pierrot le fou» (Il bandito delle 11) e «Sauve qui peut (la vie)» (Si salvi chi può…La vita). La sua storia professionale è collegata a quella personale, sociale e politica, all’insegna della rivoluzione permanente, iniziata quando era ancora molto giovane. Cresciuto in una famiglia dell’alta borghesia protestante franco-svizzera, ha attraversato gli orrori della Seconda Guerra mondiale, protetto dai privilegi della sua nascita e della giovane età. Il dopoguerra ha rappresentato per Godard una doccia fredda, con la scoperta della vicinanza del nonno agli ambienti collaborazionisti. Litiga a tal punto con la sua famiglia che nel 1954 gli viene vietato di partecipare ai funerali della madre. Nel frattempo Godard ha trovato una «seconda famiglia», formata da Henri Langlois, direttore della Cinèmathèque francaise, dal critico Andrè Bazin e dai suoi compagni dei Cahiers du cinèma, sui quali pubblica recensioni colte e affilate, mentre dietro la macchina da presa si esercita con i primi cortometraggi. Il primo film, «A bout de souffle», è del 1960. Protagonista è uno dei più popolari attori francesi, un ventisettenne Jean-Paul Belmondo, nella parte di un giovane malvivente di nome Michel Poiccard, che si innamora di una studentessa americana a Parigi, interpretata da Jean Seberg.

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