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Basta spoil system e fedelissimi, una legge per i manager di Stato

Per ora, non si registra alcun accenno ai programmi sui quali chiedere il voto da parte di tutte le forze politiche impegnate nella preparazione della campagna elettorale. In questa fase, nonostante la brevità dei tempi per l’avvio dei rapporti diretti con l’elettorato, l’impegno assorbente e generalizzato appare quello della ricerca di convergenze e alleanze da fondare sui possibili seggi da riservare ai partiti contraenti il patto elettorale, ma nulla si dice sul perché e su quali obiettivi basare l’intesa. Alcuni continuano a fare un generico riferimento “all’Agenda Draghi” che rischia di diventare monotono e, comunque, segnala la pochezza progettuale e programmatica di chi si aggrappa solo a tale Agenda dimostrando, pur non volendo, di non avere una propria identità, anche perché quell’Agenda – se così la si vuol denominare, cioè come l’insieme delle cose da fare, secondo la derivazione latina – non ha di certo un respiro che copra il quinquennio della legislatura. È sperabile che si percepisca l’urgenza della formazione e pubblicazione di programmi e proposte realistici e al tempo stesso impegnativi sui quali costruire le possibili alleanze.

Stanti al momento queste carenze, forse è impensabile che si possa affrontare il tema delle nomine pubbliche da decidere o confermare nel prossimo anno, riguardanti incarichi di vertice o comunque come componenti degli organi deliberativi di un’ottantina di imprese direttamente o indirettamente partecipate dal Tesoro. Sono, tra le altre, imprese di particolare rilievo quali Eni, Enel, Poste, Leonardo, Enav, Terna. Costituiscono la parte fondamentale dell’intervento pubblico in economia, nel rispetto delle ragioni dell’impresa. È, però, pure il comparto suscettibile dell’applicazione del metodo lottizzatorio che può rappresentare una tentazione delle forze che sono al Governo le quali, nel succedersi delle maggioranze, intendano consolidare il proprio ruolo con presenze, attraverso il legame di fidelizzazione che si vorrebbe vedere instaurato, in quello che un tempo si chiamava “ottogoverno”, anche al di là della competenza e delle capacità dei manager nominati che ricorrono non di rado. Alla fin fine, l’aspirazione si potrebbe ritenere sia allo “spoil system”, senza però che sussistano i contrappesi che dovrebbero bilanciare l’estendersi del potere dell’Esecutivo, come, per esempio, accade negli Usa. Da almeno quindici anni si parla dell’esigenza di una regolamentazione con legge dei criteri, dei requisiti, dei vincoli, delle incompatibilità e conflitti di interesse riguardanti le nomine in imprese pubbliche (come, per taluni aspetti, accade per le banche, mentre è fondamentale quella vigente per le fondazioni di origine bancaria). Tuttavia, finora, dall’epoca in cui Enrico Letta presentò una proposta di legge arenatasi nel 2008 per la fine anticipata della legislatura, l’argomento non ha fatto progressi, al di là di alcune parziali direttive del Tesoro, ovviamente non aventi forza di legge. Sarebbe allora doveroso che questa disciplina finalmente trovasse riscontro nelle proposte dei partiti, dopo che si è costantemente evitato anche soltanto di parlarne in sede politica – istituzionale. Vedremo se vi sarà qualcuno che farà il primo passo. Intanto, è importante la valutazione del lavoro svolto dagli esponenti ora in carica che nel complesso hanno conseguito apprezzabili risultati, in alcuni casi – si veda Leonardo – rilanciando e rafforzando l’impresa. In tema di alti incarichi pubblici, si è parlato anche di quello del Governatore della Banca d’Italia, essendo stata diffusa la notizia secondo la quale Ignazio Visco avrebbe manifestato l’intendimento di un avvicendamento prima che si arrivasse alla fine del secondo mandato che si verificherà il 31 ottobre 2023. Lo scopo di anticipare l’uscita, dopo un’opera importante svolta con la sua particolare competenza in tutti i gradi della carriera fino a quello apicale che ha governato con capacità, appare quello di consentire che la sostituzione avvenga con il Governo Draghi. Una traballante comunicazione, però, emessa da Palazzo Koch, non è chiaro se per imperizia di chi l’ha formulata o perché si è preferito rimanere ancora nell’indeterminatezza sostanziale, ha fatto presente che “le dimissioni del Governatore non sono ora all’ordine del giorno”. Insomma, per come è formulata quella che forse avrebbe voluto essere una smentita, non si sa se le voci circolate abbiano o no fondamento; poi è sopravvenuta la crisi di Governo.

Non sono, tuttavia, mancati casi in cui la nomina del Governatore è stata decisa mentre si profilava un nuovo Governo: la stessa nomina di Draghi avvenne alcuni mesi prima la sicura affermazione elettorale, nel 2006, della sinistra. Agevolerebbe molto, se questo fosse il vero intendimento di Visco, una eventuale soluzione del genere il fatto che la persona a cui si fa riferimento per la successione a motivo per la competenza, la capacità, gli incarichi ricoperti, il rigore, il prestigio e la credibilità interna e internazionale, Fabio Panetta, trova una convinta condivisione in tutto l’arco delle forze politiche. Egli ora ricopre l’incarico di membro dell’Esecutivo della Bce. Anche in questo caso esistono precedenti: il più importante riguarda il francese Christian Noyer, anch’egli componente il predetto Esecutivo, che, molto stimato, lasciò la carica perché chiamato a ricoprire quella di Governatore della Banca di Francia. Non si deve comunque dimenticare che la nomina del Governatore di Bankitalia rientra, anche in base alla prassi costante che si è formata nel periodo postbellico, tra le misure di sostanziale competenza del Capo dello Stato che non si traducono in una semplice controfirma – si tratta di un Dpr – priva di responsabilità del merito dell’atto, sul quale il Governo, ai fini di tale decreto, delibera solo un parere, dopo avere acquisito quello del Consiglio superiore della Banca. È sperabile dunque, anche per quanto si è testé detto per la successione, che non si lasci questa questione nell’indeterminatezza.

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