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Camorra e vittime innocenti, don Merola: “Napoli città anestetizzata, la politica non c’è e la scuola è vista come un carcere”

«Napoli è diventata una periferia per l’incapacità dei tanti amministratori di questa città. Non ho nulla contro Manfredi ma la sua squadra deve essere all’altezza, non basta seguire logiche politiche bisogna scegliere persone estremamente preparate. In città ci sono troppe emergenze e anche lo Stato non interviene come dovrebbe». Don Luigi Merola fa un’analisi della situazione napoletana per poi lanciare un appello, una proposta. «Faccio un appello a tutti gli imprenditori di successo di Napoli, alle prossime elezioni, anche alle politiche ci saranno a settembre. Creiamo un movimento».

Don Merola, lei sarebbe disposto a scendere in campo?
«Io sono pronto. E ai grandi imprenditori di questa città vorrei dire: siatelo anche voi che siete state capaci di creare aziende e assumere dipendenti. Diamo una lezione alla politica, diciamo loro: statevene a casa e date spazio alla società civile. Estendo questo appello anche agli uomini di cultura, ai docenti universitari che finora hanno studiato la teoria e ora potrebbero passare alla pratica. Sporcatevi le mani e scendete in politica, intendendo la politica come la forma più alta della carità cristiana».

Insomma, una rivoluzione.
«Sì ma nulla a che vedere con quella annunciata una volta dal sindaco che disse di voler scassare e dopo dieci anni non ha scassato niente, anzi a essere scassati sono stati i napoletani. E nemmeno un modello come i Cinque Stelle, che sono stati la più grande delusione della politica, il più grande “pacco”. Io li ho votati a suo tempo e oggi me ne vergogno. Non volevano segretarie, non volevano auto blindate e sembra invece che alla fine si siano presi tutto. Non rispondono al telefono, ti mettono in attesa. Un politico, un amministratore locale, devono invece essere presenti sul territorio e devono conoscerlo. Per questo faccio un appello a imprenditori e uomini di cultura: prendete voi le redini del paese altrimenti non ci sarà futuro per la città di Napoli e per le grandi città metropolitane, perché per esempio anche Milano so che ha tante emergenze».

Tra le maggiori criticità c’è sicuramente la questione sicurezza, tra violenza, delinquenza giovanile, criminalità organizzata e di strada. A Napoli ogni giorno c’è un bollettino di guerra, tra vittime della violenza urbana e dei clan E non c’è quartiere che non abbia pagato un tributo di sangue con una o più vittime innocenti della camorra. Solo pochi giorni fa è accaduto a Ponticelli, dove un operaio è stato ucciso per errore da un commando di killer piombato nella casa dove il poveretto stava riparando una zanzariera. Sedici anni fa accadde a Forcella con la morte di Annalisa Durante, una ragazza di appena 14 anni uccisa per errore nel corso di una sparatoria nei vicoli della casbah. Lei, don Merola, era parroco a Forcella in quel tragico marzo 2004 e guidò la rivolta del quartiere che per la prima volta si indignò e scese in strada contro i clan che da anni facevano il brutto e il cattivo tempo. Cosa è cambiato da allora?
«Purtroppo non è cambiato nulla. Alla fine siamo tornati alla situazione di sempre. Al tempo ci fu una reazione non solo della gente di Forcella ma di tutta Napoli, una reazione dei cittadini ma anche della politica. Ricordo che spesso a Forcella venivano Bassolino, la Iervolino. Ricordo che furono fatti dei progetti ma poi, come sempre succede, cambia il sindaco, cambia il presidente della Regione, cambia il parroco (anche io andai via) e tutto finisce. Succederà sempre finché il rinnovamento e la voglia di riscatto non diventano volere di tutti e non solo di poche persone».

Il vero nodo, dunque, è la volontà, quella politica e quella civica?
«In questi anni mi sono fatto l’idea che manca una reale voglia di far cambiare questa città, soprattutto non c’è volontà nelle istituzioni, che non sono all’altezza, e nei politici che spesso non sono preparati, non hanno una laurea né competenze specifiche. Come si spera di cambiare il Paese se non c’è un serio investimento nella formazione, nell’istruzione? Ce ne rendiamo conto nei nostri quartieri, la scuola chiude all’una e mezza e invece a Scampia, a Ponticelli, a Forcella, in tutta Napoli ci sarebbe bisogno di scuole aperte fino a sera tardi per offrire ai ragazzi la possibilità di studiare, seguire laboratori, fare sport. Nelle nostre scuole, che spesso sorgono in ex conventi o in vecchi palazzi, non ci sono palestre e gli insegnamenti non dovrebbero limitarsi al puro nozionismo ma essere più al passo con i tempi e garantire ai giovani una formazione più completa, con attività, laboratori».

Napoli è la città con il più alto tasso di dispersione scolastica.
«Sì, perché i ragazzi, gli scugnizzi di Napoli, vedono la scuola come un carcere, un luogo statico che non offre quello che poi concretamente serve quando si entra nel mondo fuori, nel mondo del lavoro».

Istituzioni troppo lontane o proprio assenti.
«Sì, faccio un esempio. Gestisco la fondazione ‘A voce d’e creature che ha sede in un bene confiscato alla camorra, nella villa di un vecchio boss del quartiere Arenaccia. Ebbene, vi sembra possibile che debba essere io, da giorni e giorni, a provare a contattare il Comune per ricordare al politico di turno che chi gestisce un bene confiscato deve avere una riduzione della Tari per regolamento (e non per legge, perché i nostri 900 politici, fra deputati e senatori, non hanno ancora fatto una legge)? Avevano promesso di metterlo in bilancio ma non mi sembra sia stato fatto e quindi sto provando da giorni a contattare il Comune. La villa dove ha sede la fondazione non è una villa privata, lì si garantisce un servizio a tanti minori a rischio, un servizio che al Comune costerebbe trecentomila euro. Faccio questo esempio per dire che tutto quello che succede a Napoli è come se fosse una fatalità e nessuno reagisce. In altre città almeno ci sono progetti, si programmano soluzioni. Qui invece si resta come anestetizzati. È la coscienza civica ad essere anestetizzata ormai. Non c’è più senso critico, non c’è reazione».

Un silenzio più complice o di rassegnazione?
«Un silenzio che è entrambe le cose. Quando morì Annalisa guidai una manifestazione a cui parteciparono circa seimila persone. Pochi giorni fa a Ponticelli in strada c’era solo l’associazione Libera, con il parroco e un centinaio di persone. Poi il silenzio. Ma bisogna ricordare che il silenzio alimenta la camorra, che il silenzio di noi cittadini ci fa morire non vivere. Il silenzio di rassegnazione è quello di chi ha paura di una reazione, ha paura dei coltelli e preferisce far finta di non vedere. Ma se si continua così ci saranno sempre emergenze che a Napoli diventano eterne, una condizione perenne. Il riscatto di Napoli, quindi, deve passare per una coscienza civica e per una nuova volontà politica. La sicurezza non la danno solo le forze di polizia, la dà anche l’amministrazione locale garantendo i servizi e una buona qualità della vita».

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