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Droga nel carcere di Secondigliano, verso la stangata: oltre un secolo di carcere

Si prospetta una vera e propria stangata per i 32 indagati coinvolti nell’inchiesta su un giro di droga e su una rete di favoreggiamento all’interno del carcere di Secondigliano. Il pubblico ministero ha infatti invocato pene severe per gli imputati nel processo che si svolgerà con il rito abbreviato. Secondo la ricostruzione della Procura lo spaccio era gestito da diversi gruppi criminali di Napoli: il clan Vigilia di Soccavo era rappresentato dai cugini omonimi Alfredo e Pasquale (chiesti per loro rispettivamente 20 e 12 anni) insieme a Cristian Monaco (per lui chiesti 12 anni), Giuseppe Mazziotti e Angelo Marasco. Per quest’ultimi invocati 12 e 20 anni.  I detenuti legati al clan Mazzarella sono Fabio Crocella, Ciro Quindici (12 anni) e Pasquale Nasti (12 anni). Finito nell’operazione dei carabinieri anche Antonio Napoletano, detto ‘o Nannone, apparentante alla paranza del baby-boss Emanuele Sibillo. Per il baby ras della ‘paranza dei bimbi’ chiesti 16 anni. Coinvolto anche Eugenio D’Atri, ras vesuviano accusato del duplice omicidio Tafuro-Liguori. Antonio Autore appartenente ai De Micco di Ponticelli. Nei guai anche Michele Elia, uno dei capiclan che controlla il Pallonetto di Santa LuciaRaffaele Valda del clan Cuccaro-Aprea di Barra rischia 12 anni di carcere, Enzo Topo 10 mentre Salvatore Scotti ben 18 anni. L’indagine permise di raccogliere plurime fonti di prova, anche a riscontro delle dichiarazioni rese da più collaboratori di giustizia, circa l’esistenza di una piazza di spaccio all’interno della casa circondariale di  Secondigliano, gestita da detenuti mediante il commercio di sostanze stupefacenti di vario tipo (cocaina, hashish e marijuana) introdotte nell’istituto penitenziario.

C’era un accordo segreto tra un assistente della polizia penitenziaria impiegato nel carcere di Secondigliano e il baby ras della paranza dei bambini di Forcella Antonio Napoletano alias ‘Nannone’. C’è questo e molto altro nelle circa 150 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare eseguita nei confronti di oltre 34 indagati per aver impiantato una vera e propria piazza di spaccio nel Reparto ligure. Di questo accordo ha parlato a lungo il collaboratore di giustizia Ciro Niglio che ha spiegato che “La droga veniva procurata a San Gaetano e suddivisa in dosi dal fratello di Antonio Napolitano, Daniele, il quale infilava i vari pezzi di hashish in più preservativi che poi venivano chiusi e messi all’interno di palloncini di plastica gonfiabili, i quali poi ben chiusi venivano inseriti all’interno delle bottiglie di bagnoschiuma Vidal. Una volta confezionate le bottiglie di bagnoschiuma con la droga, venivano direttamente consegnate da Daniele all’appuntato Luigi il quale ce le faceva poi recapitare in carcere sempre al turno di mezzanotte nascondendole all’interno delle maniche del giubbotto di ordinanza”.

La ‘richiesta’ al Ninnone

Secondo Niglio l’agente aveva chiesto a Napolitano di intercedere con uomini di San Gaetano affinché convincessero il figlio a non vendere più la droga nel rione. Napolitano si impegnò a mandare il messaggio all’esterno e, su suo suggerimento gli chiese di portare una stecca di fumo. Nella stessa giornata l’appuntato, all’inizio del turno a mezzanotte, portò la stecca richiesta. Da quel momento lui e Ninnone utilizzarono l’appuntato per far entrare oggetti in carcere che ci venivano consegnati sempre nel turno di mezzanotte. L’appuntato nascondeva gli oggetti all’interno del giubbino della sua divisa. Per questa attività non gli davano nulla perché l’appuntato era riconoscente per avere fatto in modo che il figlio non spacciasse più.

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