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Gianluigi Paragone e il “fenomeno” Italexit: il suo partito ora vale il 4,5%. Dalle posizioni no euro a quelle no vax fino alla guerra in Ucraina

O mi arrestate o mi fate passare, sono un senatore”. È il 5 di aprile e a Torino è atteso Mario Draghi. Gianluigi Paragone è a due passi da Palazzo di Città: c’è un cordone della polizia che blocca il passaggio a chi sta manifestando contro il presidente del Consiglio. Ma Paragone non sente ragioni, vuole passare, litiga con gli agenti e intanto manda tutto in diretta sui social. Dieci giorni fa, a Roma, ha fatto lo stesso: ha organizzato un presidio contro l’invio di armi in Ucraina e col cellulare, chiuso da una cover con una tigre pronta ad azzannare, si è ripreso, in mezzo alle persone, con una nuova live.

DA NO EURO A NO VAX – E negli ultimi due anni Paragone, in mezzo alle persone, con un megafono o con lo smartphone, o con uno striscione, lo abbiamo visto spesso. Durante i mesi più duri della pandemia è sceso in strada per protestare contro le restrizioni, al fianco dei ristoratori; poi contro l’obbligo vaccinale e, infine, contro il green pass. Sarà per questi (o altri) motivi che il partito di Paragone, 50 anni, da Varese, un passato da giornalista (da La Padania a Libero, passando per la tv, con La Gabbia, su La7) sta salendo nei sondaggi: Italexit, stando alle rilevazioni di Nando Pagnoncelli, si attesta al 4,5%. Attirando – e non è un caso – elettori delusi di Lega e M5s (i due partiti di Paragone: gli albori vicino al Carroccio e a Umberto Bossi, poi l’illuminazione sulla via di Beppe Grillo, con l’elezione in Senato nel 2018).

Italexit nasce dopo l’espulsione di Paragone proprio dal M5s. Il giornalista ne contestava i vertici da tempo, specialmente Luigi Di Maio. Il suo voto contrario alla legge di Bilancio varata dal Conte II ha scritto la parola ‘fine’ sulla sua permanenza nel Movimento. Così, sei mesi dopo, ha fondato il suo movimento, con lo scopo, dichiarato, di portare l’Italia fuori dall’Europa e dell’euro. Con lo scoppio della pandemia da Covid, il partito si occupa di osteggiare le misure messe in campo da Giuseppe Conte e Roberto Speranza per contenere i contagi. Ed ecco, come detto, che Paragone è a fianco dei ristoratori (Italexit ha arruolato Paolo Bianchini, 45 anni, di Viterbo, portavoce di Mio Italia, che riunisce operatori della ristorazione e dell’accoglienza). Poi le battaglie contro i vaccini e il certificato verde. Fino all’abusata espressione, che andrà ripetendo come un mantra: “Siamo in dittatura”.

LE ADESIONI CRESCONO – È vero, Italexit è l’unico movimento politico, staccatosi dal M5s, che sembra avere una certa solidità. Oltre al significativo 4,5% dei sondaggi di oggi, il senatore di Varese sta attraendo più di un parlamentare: l’ultima, in ordine di tempo, è l’ex pentastellata Jessica Costanzo. Due mesi prima di lei, è stato il turno di William De Vecchis, senatore eletto con la Lega stufo di stare nel governo Draghi. Compagni di viaggio della prima ora, invece, sono gli ex 5 stelle Mario Michele Giarrusso e Carlo Martelli. A livello locale, recentemente due consiglieri di Fratelli d’Italia hanno lasciato Giorgia Meloni per aderire al progetto di Paragone: si tratta dell’assessore di Lodi, Stefano Buzzi, cacciato dalla sindaca Sara Casanova, e della consigliera comunale di Calco (Lecco), Sonia Sigurtà.

L’AVVENTURA MILANESE FINITA MALE – E a proposito di locale: nel 2021 Paragone si candidò alla corsa per diventare sindaco di Milano. Appoggiato dalle liste “Milano Paragone Sindaco” e Grande Nord, ottenne il 2,99% dei voti. Non un grande risultato, va detto. Il fondatore di Italexit, infatti, non raccolse le preferenze necessarie per entrare a Palazzo Marino. Peraltro la vicenda si trascinò per qualche tempo: fece ricorso, parlando di “porcata” e sostenendo che mancassero appena 43 voti alla sua elezione da consigliere. Invece a febbraio di quest’anno il Tar, dopo aver verificato le schede, ha stabilito che di voti ne mancassero ben 1500.

MONTAGNIER E PUTIN – Ma Paragone non si è perso d’animo dopo l’esperienza milanese. Eccolo, la scorsa estate, tra gli organizzatori della fiaccolata contro il green pass obbligatorio accanto ai leghisti Armando Siri, Claudio Borghi, Simone Pillon e Alberto Bagnai e a Vittorio Sgarbi. A gennaio di quest’anno, poi, promuove il sit-in a Milano, diventata piazza di riferimento dei no vax, col premio Nobel per la medicina, Luc Montagnier. E ora, con lo scoppio della guerra in Ucraina? C’è chi lo accusa di essere filoputiniano, ma respinge, precisando: “Non è un dittatore, c’è chi si faceva i selfie al Cremlino e ora hanno cambiato idea. Io dico che con lui bisogna trattare”. Intanto su Facebook è seguito da un milione e mezzo di persone. Scorrendo la sua pagina ci sono i post per il candidato sindaco di Alessandria, Vincenzo Costantino, e quelli per il candidato a Cuneo, Alessandro Balocco. In mezzo una diretta sui vaccini, la battaglia contro “il vergognoso esproprio ai balneari” e suggerimenti su come ripararsi da un attacco nucleare.

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