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Guerra, la propaganda che seduce

La propaganda di guerra è prassi antichissima, diversa a seconda delle epoche e dei contesti culturali. La propaganda di questa guerra è bifronte: emozionale, digitale, pervasiva sul fronte ucraino; epica, reazionaria e ancorata ai valori antichi […]

(DI DANIELA RANIERI – Il Fatto Quotidiano) – La propaganda di guerra è prassi antichissima, diversa a seconda delle epoche e dei contesti culturali. La propaganda di questa guerra è bifronte: emozionale, digitale, pervasiva sul fronte ucraino; epica, reazionaria e ancorata ai valori antichi sul fronte russo. In quanto “occidentali”, noi siamo più sensibili alla prima. Abbiamo nervi perfetti per la propaganda continua messa in piedi da Zelensky e dal suo team di comunicatori social. (A fonte di ciò, c’è chi crede che il fatto che l’aggressore sia Putin renda ipso facto la comunicazione dell’Ucraina “la verità”, nuda e cruda).

Nel video diffuso per la Giornata della Vittoria in ricordo dell’8 maggio 1945, giorno della resa dei nazisti e dei loro alleati nella Seconda guerra mondiale (alla vigilia del Giorno della Vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista che molti analisti avevano previsto come il giorno in cui Putin avrebbe, nell’ordine: 1) fatto sfilare prigionieri ucraini incatenati; 2) annunciato future annessioni; 3) incrementato lo sforzo bellico; 4) minacciato l’Olocausto nucleare, e invece non ha fatto nulla di tutto questo), Zelensky cammina da solo tra le macerie di Kiev in uno scenario post-nucleare (o, ciò che è più terrorizzante, pre-nucleare). Una musica toccante via via più enfatica sottolinea gli snodi del suo discorso: “Il male è tornato”. Evoca i “nostri avi” che “hanno sconfitto il nazismo” e promette che non lascerà “che nessuno si annetta questa vittoria”. Omette di ricordare che molti di questi avi, eroi ucraini, collaborarono coi nazisti e sterminarono migliaia di ebrei a Babij Jar. Il linguaggio e lo scenario sono novecenteschi, ma il prodotto finale è attualissimo, e ha gli stilemi del videogame: è emotivo, finzionale, spettacolare. Mentre artisti, atleti e intellettuali russi vengono esclusi da tutti consessi occidentali, le kermesse culturali sembrano non poter fare a meno di ospitare Zelensky in video che chiede più armi. Il presenzialismo di Zelensky nel flusso dell’industria culturale travalica la giusta solidarietà al popolo ucraino. La comunicazione di Zelensky è duttile, tarata sul destinatario, come impone la legge marketologica dello storytelling: cita Shakespeare al Parlamento inglese, il Muro al Bundestag, Genova bombardata con l’Italia, l’Olocausto al Parlamento israeliano.

Zelensky, il cui Instagram è curato da un’agenzia che realizza foto ad alto impatto di raffinata post-produzione, posta un video per invitare i telespettatori europei a votare la canzone ucraina all’Eurovision. La canzone vince. Il contest assorbe il codice della guerra del Bene contro il Male: ci si rallegra per la gioia del popolo ucraino, che si immagina davanti alla Tv sotto le bombe; l’investimento emotivo del presidente in una competizione televisiva non stride affatto col contesto tragico, anzi: sono impastati, contigui. Zelensky – ex attore di una serie Tv in cui il protagonista diventa presidente dell’Ucraina grazie a un video sui social – si collega “a sorpresa” col Festival del Cinema di Cannes. Tra film di zombie, cita Apocalypse Now: “Ricordate come suonava in quel film?… ‘Amo l’odore di Napalm al mattino’. Sì, è iniziata in Ucraina alle 4 del mattino, quando… la morte, arrivando dai confini, ha marcato i suoi mezzi militari con l’analogo della svastica, la Z”. Il cinema come sponda di veridizione del vero. Il supposto filosofo Bernard-Henry Lévy si collega via Zoom con un soldato dell’Azov, detto “Cyborg” per l’occhio di vetro e il braccio di titanio. Ne esalta l’omerica bellezza e il romantico pallore. Nel suo nichilismo impressionista, paragona gli Azov (statutariamente nazisti) asserragliati sottoterra agli ebrei del ghetto di Varsavia. Si rattrista quando Cyborg fa l’elogio della morte eroica sacrificale, come la soldataglia fascista di tutto il mondo: l’eroismo del macho risalta sulla mollezza dell’intellettuale. La tanatofilia di BHL è funzionale alla volontà di Usa-Nato. “I politici americani hanno un desiderio di morte?” si chiede Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute alla Columbia University. “Conosco bene il mio Paese. I leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino”. Il “vincere! E vinceremo” dell’Occidente drogato d’immagine è additivo. L’esaltazione bulimica dell’eroismo è una regressione della civiltà. Ci abbiamo messo secoli a uscire dal culto degli eroi per emanciparci come cittadini. Ce l’hanno insegnato proprio i francesi: l’eroe è incompatibile con la polis occidentale liberata dalla soggezione, con l’Europa dei Lumi e della Ragione. Oggi l’esaltazione innamorata di “eroi” (in gran parte neonazi asserragliati con civili) è diventata politicamente corretta per i media mainstream e “di sinistra”. La democrazia, invece, è anti-eroica, anti-tragica, non fanatica. Si fonda sulla temperanza, virtù ineroica per eccellenza, sull’esercizio delle ragioni, non sul dominio delle emozioni.

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