I dati sul virus sono tantissimi (e non sempre utili): finiremo sommersi?

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Al contrario di ciò che declamano i santoni social, a essere maggiormente investigati sono proprio quei trattamenti che dicono si voglia tenere nascosti. Ma la mole di studi non necessariamente aiuta a decidere

Sidney Brenner, Nobel per la medicina nel 2002, durante il suo discorso di accettazione del premio ebbe a dire: “Stiamo affogando in un mare di dati, ma moriamo dalla sete di conoscenza”. Questa visione, che condivido interamente e considero la bussola della mia attività professionale, è oggi evidentemente ancora più valida che in passato: la pandemia ha prodotto un inimmaginabile flusso di dati, di qualità molto variabile, ma soprattutto di volume tale da non generare più alcuna vera conoscenza scientifica – non nell’immediato, almeno, e non prima che vi sia tempo per sedimentare le pubblicazioni e riesaminarle con strumenti appropriati come le meta-analisi.

Proviamo, per esempio, a considerare semplicemente il settore degli studi clinici rivolti ad identificare strumenti utili per affrontare la malattia causata dal virus Sars-CoV-2. Vi sono migliaia di studi clinici, cioè sperimentazioni su pazienti, condotti a partire dal febbraio 2020 in tutto il mondo. Moltissime di queste sperimentazioni hanno prodotto dati su piccoli gruppi di pazienti e non sono paragonate a un trattamento di controllo né in cieco; altre sono su gruppi larghi, controllati in maniera opportuna, ma retrospettive e ancora non in cieco; anche però volendo rimanere ai soli studi condotti in cieco e di qualità decente, si rimane con svariate centinaia di studi.

Naturalmente, al contrario di ciò che i santoni dei social vanno declamando, a essere stati maggiormente investigati sono proprio quei trattamenti che essi sostengono si voglia tenere nascosti o negare: così, per la clorochina sono stati condotti o sono ancora in corso almeno 165 studi clinici, per il plasma iperimmune almeno 129 e per l’ivermectina non meno di 89, via via scalando per un centinaio di trattamenti diversi in studio. Con buona pace degli strepiti social circa il disinteresse della comunità medica e scientifica per certi trattamenti, i dati sono in realtà tantissimi, troppi. 

In particolare, per identificare con precisione quali siano gli studi più validi, e se vi siano indicazioni circa la loro utilità, bisogna aspettare i dati di studi ancora in corso; una volta ottenuti quei dati e verificatane la qualità, essi dovranno essere aggregati ai primi tenendo conto di protocolli di trattamento e condizioni spesso eterogenee, che rendono non immediato raggruppare studi diversi. Per questo, ad esempio, dopo un faticosissimo lavoro di scrematura e analisi, la più importante organizzazione deputata esattamente a questo compito, la collaborazione Cochrane, per l’ivermectina non ha potuto finora scrivere altro che “non abbiamo trovato prove a sostegno dell’uso dell’ivermectina per il trattamento o la prevenzione dell’infezione da Covid-19, ma i dati a disposizione sono limitati. La valutazione dell’ivermectina sta continuando in 31 studi in corso e aggiorneremo questa recensione con i loro risultati quando saranno disponibili.” Il che è come dire che i dati fino a quel momento radunati, nonostante il numero di studi clinici condotti, erano ancora insufficienti o inutili per decidere.

Di fronte alla difficoltà di ottenere rapidamente risultati utili e solidi dall’analisi dei tantissimi dati disponibili, grazie allo sforzo titanico non solo degli sperimentatori clinici e della comunità scientifica mondiale, sta tuttavia emergendo una pericolosa scorciatoia, che si fa strada perché le persone sono frustrate nell’ansiosa attesa di risultati tangibili.

È una teoria ben riassunta in Senato, dove abbiamo dovuto sentire che con il Covid si è entrati “nella scienza postnormale, e quindi è corretto uscire dai binari stretti della scienza”. A maggior chiarimento, abbiamo nella stessa sede anche ascoltato un altro relatore sostenere che esisterebbe in ricerca medica un approccio “tradizionale”, attraverso gli studi controllati e randomizzati, e uno invece fondato sulla “medicina ancorata alla realtà clinica”.

Stiano pure tranquilli, quindi, i miei lettori, e con loro anche il premio Nobel Brenner: non è nei dati che affogheremo, perché di quelli faremo presto a meno, ma sarà lo tsunami dello sciocchezzaio propinato dai social quello che ci sommergerà anche nei laboratori e negli ospedali, quando lorsignori faranno approvare la scienza “postnormale” per decreto di qualche politico ubriaco.