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I nuovi studi sul vaiolo delle scimmie sono rassicuranti

Il “monkeypox” sembra appartenere al ceppo meno pericoloso e, per ora, si riportano 600 casi in tutto il mondo: genomi, clinica e numeri di persone infettate sono coerenti con ciò che sappiamo del ceppo Nigeriano

Ad oggi, sono stati depositati i genomi di virus del vaiolo delle scimmie ottenuti da 27 pazienti nei laboratori dei seguenti 12 paesi: Francia (2 isolati, fra cui un paziente proveniente dalle Canarie), Italia (1 isolato, paziente proveniente dal Portogallo), Belgio (2 isolati, fra cui un paziente proveniente dal Portogallo), Olanda (1 isolato), Spagna (1 isolato), Germania (1 isolato, paziente proveniente dal Portogallo), Portogallo (10 isolati), Slovenia (1 isolato), Finlandia (1 isolato), Gran Bretagna (4 isolati, di cui uno proveniente dalla Nigeria), Stati Uniti (1 isolato) e Svizzera (2 isolati). Tutti i genomi sin qui ottenuti mostrano chiaramente un elemento importante: il virus che abbiamo di fronte, almeno per ora, sembra essere uno solo, appartenente per nostra fortuna al ceppo meno pericoloso, quello dell’Africa Occidentale. Come si è evoluto il virus attuale? Vi è forte evidenza che derivi dalla prima epidemia in Nigeria nel 2017, attraverso un meccanismo che ha portato ad accumularsi di mutazioni nel virus originale per l’azione di un enzima umano che fa parte della nostra difesa antivirale, APOBEC3.

E’ possibile infatti osservare la traccia dell’azione di questo enzima, che induce mutazioni di tipo particolare e non casuale, in un singolo ramo dell’ “albero di famiglia” del vaiolo delle scimmie ricostruito a partire dai genomi disponibili per il 2017, il 2018, il 2019 e quindi gli isolati odierni; in altri rami, propagatisi in animale, queste particolari mutazioni non si osservano, ad indicare che, almeno dal 2017, vi è stata una continua trasmissione uomo-uomo, che ha portato ad accumulare le mutazioni di APOBEC3 in Nigeria. Da un punto di vista epidemiologico, particolarmente importanti sono i dati inglesi: un paziente, infettatosi in Nigeria, ha fornito un genoma indistinguibile da quelli ottenuti nel resto del mondo. Questo paziente è il primo per il quale, al momento, sia stata confermata un’infezione facente parte dell’outbreak corrente; essendosi infettato in un paese in cui il vaiolo delle scimmie è endemico almeno dal 2017, rappresenta un legame importante fra endemia preesistente in Africa centrale e successiva diffusione del virus nel resto del mondo.

Di questo paziente, grazie alla collaborazione fra Regno Unito e Nigeria, sappiamo che ha manifestato i primi sintomi a fine aprile, in Nigeria, consistenti nella classica eruzione cutanea; non vi ha dato importanza fino al suo ritorno in Inghilterra, il 4 maggio, e la sua infezione è stata confermata mediante PCR il 6 maggio. Egli si era recato negli stati nigeriani del Delta e del Lagos; ed è proprio in quegli stati che la Nigeria segnala attualmente alcuni suoi casi, coerentemente con la presenza di locali focolai. In particolare, dall’inizio del 2022 la Nigeria ha finora identificato sul suo territorio 21 casi di vaiolo delle scimmie. Per quanto sin qui detto, siamo quindi di fronte ad un virus che è lo stesso nei paesi di endemia del vaiolo delle scimmie e altrove nel mondo; anzi i primi isolati virali di cui si dispone, al di fuori delle zone di endemia, mostrano come esso sia stato campionato da viaggiatori e portato in un paese diverso, senza che vi sia stata una “evoluzione silente” per tempi lunghi al di fuori dei paesi africani.

Probabilmente in questo modo il virus è arrivato in alcuni paesi, come Canarie, Spagna e Portogallo, in occasioni e in circostanze che ne hanno favorito l’amplificazione a livelli insoliti; da qui, si sono avuti poi eventi di diffusione secondaria in tutto il resto del mondo. Ma quali caratteristiche ha il virus che oggi campioniamo? Per saperlo, vale la pena di guardare nuovamente a quanto dicono le autorità nigeriane, le quali specificano che “tra i 21 casi segnalati finora nel 2022, non ci sono evidenze di alcuna trasmissione nuova o insolita del virus, né cambiamenti nella sua manifestazione clinica documentata (inclusi sintomi, profilo e virulenza).” In secondo luogo, riportano che “sebbene il rischio di esposizione della Nigeria al virus Monkeypox sia elevato in base alla recente valutazione del rischio condotta presso l’NCDC, l’attuale situazione nel paese e a livello globale non comporta alcuna minaccia significativa per la vita o la comunità, tale da causare malattie gravi o un alto tasso di mortalità”.

Se guardiamo ai dati disponibili al di fuori della Nigeria, il quadro clinico corrisponde: disponiamo di 95 indicazioni di sintomi sperimentati da altrettanti pazienti, consistenti quasi esclusivamente nelle classiche ulcerazioni cutanee e in febbre. Dal punto di vista della trasmissibilità, non abbiamo ancora dati sufficienti per trarre conclusioni analitiche: tuttavia in un mese, dal 29 aprile al momento in cui scrivo, si riportano meno di 600 casi sospetti o confermati in tutto il mondo. Per paragone, si pensi che SARS-CoV-2, da quando fu scoperto in Italia, arrivò in un mese e solamente nel nostro paese a migliaia di casi accertati e forse a decine di migliaia sospetti. In conclusione: fino ad ora, genomi, clinica e numero di casi scoperti sono ben coerenti con la diffusione accidentale di un virus non particolarmente pericoloso, in linea con le rassicurazioni provenienti dai paesi dove tale virus è endemico.

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