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Il monito del Colle sul “ritiro” delle truppe russe

La mozione del 21 giugno. Paure. Il pontiere Di Maio e i 5S in ansia: “È un casino”. Un big del Pd: “Sminiamo, ma se salta tutto niente drammi”. È la Festa della Repubblica e Sergio Mattarella ribadisce una linea, quella atlantista. Prima sbarra le porte del Quirinale agli ambasciatori di Russia e Bielorussia […]

(DI LUCA DE CAROLIS E WANDA MARRA – Il Fatto Quotidiano) – È la Festa della Repubblica e Sergio Mattarella ribadisce una linea, quella atlantista. Prima sbarra le porte del Quirinale agli ambasciatori di Russia e Bielorussia, come prevede una raccomandazione di Bruxelles dello scorso maggio. Poi, di fronte agli altri diplomatici, scandisce: “L’Italia è convintamente impegnata nella ricerca di vie di uscita dal conflitto che portino al ritiro delle truppe occupanti e alla ricostruzione dell’Ucraina”.

Un segnale anche per tutta la maggioranza di governo, che il 21 giugno dovrà discutere e votare su armi e Ucraina, tra dubbi e trappole incrociate. Già ieri il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha dovuto schivare la domanda di Galeazzo Bignami (Fratelli d’Italia) nel question time alla Camera: “Sull’Ucraina lei sta con il suo governo o con il suo partito?”. Una botola che il 5Stelle ha dribblato così: “La posizione del governo sul conflitto è chiara, non cerchiamo l’escalation militare, ma quella diplomatica. La pace è l’obiettivo del governo e di tutte le forze politiche in quest’aula”. Il più draghiano dei 5Stelle deve giocare di non detti, per non ammettere che il M5S e il premier sono lontanissimi tra loro su Ucraina e armi. Abbastanza per rendere una scommessa ad alto rischio la risoluzione di maggioranza che il 21 giugno dovrà seguire le comunicazioni di Draghi al Parlamento, in vista del prossimo Consiglio europeo.

Ci sarà quel voto parlamentare invocato da settimane da Giuseppe Conte. Però quasi tutti gli altri partiti non ne vogliono sapere di una risoluzione come la chiedono i grillini: cioè con dentro il no all’escalation militare, e magari anche con un veto esplicito a un quarto decreto per l’invio di altri armamenti. Di certo consiglia sillabe più sfumate Di Maio, che dopo il question time parla fitto con il dem Francesco Boccia. Da settimane l’ex capo dei 5Stelle prova a tenere assieme gli opposti, Conte e Draghi. “Sosteniamo l’Ucraina anche con il supporto alla resistenza, in una logica di legittima difesa in linea con quanto previsto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite”, sostiene.

Non è un dettaglio, perché il richiamo all’articolo 51 l’ha ripetuto per giorni il presidente dei 5Stelle, proprio su suggerimento di Di Maio. Mentre Draghi non vi ha mai fatto cenno, non volendo usare un argomento di Conte. Logico allora che un big del M5S sospiri: “Giuseppe deve sedersi a un tavolo con Letta e cercare punti di caduta, sulla risoluzione come sull’inceneritore a Roma (previsto dal decreto Aiuti, ndr), altrimenti è un casino”. Serve un accordo. “Ma noi del Pd non facciamo altro che sminare” sbuffa un veterano dem. Non a caso ieri Boccia e Di Maio hanno parlato di Amministrative, perché il rischio di sconfitta nella maggior parte dei Comuni è alto. Il centrodestra governa in 20 dei 26 capoluoghi che vanno al voto, e la riconferma pare più facile.

Tema rilevante, perché il voto in Parlamento su Draghi sarà dopo il primo turno: e si temono schegge. “Noi copriamo il governo, ma se salta tutto, non ci ammazziamo”, dice un big del Pd. Mentre la maggioranza continua a sussultare.

Ieri Franco Gabrielli, sottosegretario con delega ai Servizi, ha sostenuto che devono essere i leader dei partiti a occuparsi del viaggio – cancellato – di Matteo Salvini a Mosca. Tradotto: Palazzo Chigi non vuole dare alibi al leghista per far crollare tutto. Nell’attesa, spiegano che il 21 giugno si partirà dall’informativa di Draghi dello scorso maggio. E starà anche a Enzo Amendola, sottosegretario agli Affari europei, cucire una mediazione. “La legislatura è nelle sue mani”, scherzano. Ma non troppo.

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