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Il Piano gas col buco: il caro bollette brucia già un mese di stipendio

Il rigassificatore era “fondamentale entro gennaio”, adesso si spera “nei primi mesi del 2023”: l’inverno è scoperto. Roberto Cingolani deve aver studiato la lezione di Yasser Arafat, che diceva una cosa in inglese e una diversa in arabo: il ministro della Transizione ecologica, peraltro, riesce a farlo […]

(DI MARCO PALOMBI – Il Fatto Quotidiano) – Roberto Cingolani deve aver studiato la lezione di Yasser Arafat, che diceva una cosa in inglese e una diversa in arabo: il ministro della Transizione ecologica, peraltro, riesce a farlo nella stessa lingua, gli basta che cambi il contesto. Presentando il Piano gas il 27 luglio, per dire, il nostro proclamava che senza razionamenti, “un piano di risparmio e la diversificazione delle fonti ci renderà indipendenti dal gas russo nel 2024”: nel documento diffuso ieri invece – quello in cui si parla dei risparmi attesi per semestre tra ottobre e marzo – si legge che “l’insieme delle iniziative messe in campo consente di sostituire entro il 2025” il gas russo con altre fonti, rinnovabili ed efficienza energetica. Vabbè, un anno, che sarà mai?

Più preoccupante è la questione rigassificatori: “La sicurezza energetica del Paese passa da Piombino: è di fondamentale importanza che entri in funzione entro gennaio 2023”, diceva Cingolani il 27 luglio; “L’azione strategica è fare i rigassificatori”, cioè fare “quello di Piombino entro l’inizio dell’anno prossimo”, ha spiegato all’Huffington Post lunedì. Nel Piano di ieri, invece, “l’obiettivo del governo è quello di arrivare ad avere in esercizio al più presto, entro i primi mesi del 2023, il primo rigassificatore galleggiante e, successivamente e comunque entro il 2024, anche il secondo”. Che poi è quanto Il Fatto ha scritto la scorsa settimana: il cronoprogramma più ottimista di Snam, al limite del miracolo, prevede la nave funzionante ad aprile, di fatto fuori dal picco dei consumi, e quello di Ravenna entro fine 2024.

In generale, dal documento del Mite – ammesso che le cifre siano vere – si scopre che nella seconda metà del 2022 avremo forniture sostitutive per 7,5 miliardi di metri cubi di gas: l’aumento del 2023 (altri 9,3 miliardi entro fine anno) è quasi tutto in Gnl, cioè in metano liquido che andrà rigassificato per la gran parte a Piombino (5 miliardi di mc). Ecco, siccome la nave in Toscana non entrerà in funzione entro l’anno termico (marzo), significa che per quest’inverno siamo scoperti e qualche dubbio c’è pure per quello dopo. È tanto vero che il piano di risparmi è ritenuto “fondamentale soprattutto per poter affrontare l’inverno 2023-2024” (Cingolani dà per scontato che quest’inverno useremo tutti gli stoccaggi, una cosa che gli esperti non solo sconsigliano, ma ritengono impossibile: le riserve strategiche, ad esempio, sono una stima).

Riassumendo, anche a non voler considerare i prezzi, è difficile che avremo la quantità di gas necessaria a garantire i normali consumi (55 miliardi di metri cubi nei sei mesi da ottobre a marzo su un fabbisogno di 76 miliardi nell’intero 2021).

Il governo pensa che la riduzione “gentile” dei consumi che propone al Paese possa valere nei sei mesi considerati 8,2 miliardi di metri cubi (il 15% del fabbisogno nel semestre), ma è un calcolo tra l’ottimistico e l’aleatorio. L’unico risparmio di gas certo è quello che si otterrà facendo andare a pieno regime le centrali elettriche a carbone e a olio (2,1 miliardi di mc). Per il resto speranze e pie illusioni: riscaldare meno case e luoghi di lavoro vale 3,2 miliardi di mc di consumi tagliati e altri 2,9 miliardi di mc sono attesi dalla promozione di “comportamenti responsabili” tipo fare docce più corte. Dovesse servire poi – se ne discute con Confindustria – si passerà al settore industriale, che peraltro ha già fatto risparmi del 10% sui suoi consumi nel primo semestre 2022, “al momento imposti purtroppo dal livello dei prezzi”. Che poi è il vero piano di risparmi del governo.

È stata una fortuna per Cingolani che il suo confuso documento sia stato criticato dalla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: “È stato imposto a Roma da Bruxelles, che a sua volta agisce su ordini di Washington, ma alla fine saranno gli italiani a soffrire”. E se non piace a Putin, sarà sicuramente un Piano d’alto tenore democratico…

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