Il virus diffuso dai vaccinati che si infettano è meno contagioso. C’è la prova

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Foto LaPresse 

cattivi scienziati

La fase preliminare di uno studio rafforza la base etica della vaccinazione, capace di proteggere anche gli altri, e non solo sé stessi. Un atto di responsabilità sociale e civile

C’è una curva a cui dovremmo prestare particolare attenzione, nel dibattere dell’utilità della vaccinazione. È una curva pubblicata in un lavoro, per ora ancora in fase di preprint, da un gruppo di ricercatori olandese. Questi ricercatori hanno analizzato le caratteristiche virologiche di 161 casi di reinfezione post-vaccinale occorsi in Olanda in una popolazione di 24.706 sanitari vaccinati, utilizzando la Pcr (proteina C-reattiva) per determinare il ceppo e la quantità del virus nei tamponi naso-faringei e quindi provando a coltivare il virus a partire dai campioni ottenuti dai soggetti infetti.

Innanzitutto, come ci si poteva aspettare, le infezioni nei soggetti vaccinati, come in un gruppo di controllo non vaccinato, sono risultate dominate dalla variante Delta del virus, quella che ormai è divenuta ovunque prevalente. Per quanto riguarda la quantità di virus nei tamponi nasofaringei, nei rari casi di reinfezione post-vaccinale non si è osservata una differenza statisticamente significativa rispetto a chi non si era vaccinato; la variante Delta, cioè, se e quando infetta un soggetto già vaccinato, produce una carica virale paragonabile a quella ritrovabile in un soggetto non vaccinato. Tuttavia, anche in questo lavoro, come in altri precedenti, si è osservata una diminuzione rapida (in tre giorni dopo i sintomi) della carica virale nei soggetti vaccinati, mentre sappiamo che questa diminuzione (e la corrispondente diminuzione di infettività) è nei soggetti non vaccinati molto più lenta, con una molto più prolungata capacità trasmissiva nel tempo.

Fin qui, il lavoro conferma dati precedentemente ottenuti altrove; il dato più interessante, tuttavia, lo si è ottenuto paragonando la capacità da parte del virus di invadere una coltura cellulare a parità di quantità di virus da soggetti non vaccinati e vaccinati. Questa capacità, misurata come probabilità di riuscire a coltivare il virus da un campione con una certa carica virale misurata mediante Pcr (valore di Ct), è risultata maggiore nei soggetti non vaccinati rispetto a quelli vaccinati. A parità di carica virale, in altre parole, i primi sono risultati molto più infettivi dei secondi. Dunque, non solo i vaccinati si infettano molto di meno, non solo se infetti diffondono comunque il virus per un arco di tempo molto minore, ma anche – se questo studio preliminare risulterà confermato – il virus diffuso ha capacità infettiva ridotta. Questo dato preliminare è coerente con quanto già osservato in Israele e pubblicato sul New England Journal of Medicine: ogni volta che si cerca la sorgente di una infezione di soggetti vaccinati, all’inizio della catena si trova un soggetto non vaccinato – in accordo con i dati appena discussi del gruppo olandese, che indicano una molto maggiore infettività del virus a partire da questi soggetti.

Le implicazioni del lavoro dei ricercatori olandesi sono molteplici. La prima e più importante è che, effettivamente, i vaccini non hanno solo la già importantissima capacità di eliminare le peggiori conseguenze cliniche nella grandissima maggioranza della popolazione: essi ostacolano anche la diffusione del virus. Questo rinforza la base etica per la vaccinazione, perché risulta, da questi dati e dagli altri indiretti disponibili, capace di proteggere anche gli altri, e non solo sé stessi; in questo senso, la vaccinazione è atto di responsabilità sociale e civile, perché diminuisce il danno che, ove ci dovessimo infettare, potremmo arrecare agli altri. 

Certo, né il rischio di infettarsi, né quello di ammalarsi, né quello di ritrasmettere il virus sono azzerati; ma la diminuzione corposa di tutti questi rischi dovrebbe essere già sufficiente a illustrare i doveri etici che ne conseguono, se non si è vittima del “bias di perfezione” e non si pretende un impossibile azzeramento dei rischi per decidere di vaccinarsi.