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Io sono plurale: un amore malato e il bisogno di liberarsene al Tram di Port'Alba – Cultura a Colori

Lo spettacolo Io sono plurale è il libero adattamento dell’opera Diatriba d’amore contro un uomo seduto di Gabriel Garcia Marquez, un testo che già nasce per la drammaturgia.

Lo spettacolo è risultato finalista al premio Regista con la A, lanciato per riconoscere maggiore spazio alle donne impegnate regia.

“Ci sono delle delle resistenze – evidenzia Maria Claudia Pesapane che dirige lo spettacolo in scena al teatro Tram di Port’Alba fino a domani, domenica 20 novembre -., cune nicchie di azione, appannaggio degli uomini, come per esempio l’ambito dei tecnici del suono. Ci si trova a coordinare molti uomini ed alcuni di loro, a causa di alcune teorie inconsce, pretendono di sapere come vanno gestite le cose. Bisogna agire con empatia, comprendendo i sentimenti, le emozioni, le sensazioni, gli stati d’animo, compresa la noia, che si avvicendano durante le prove. Infatti, si tratta di un lavoro preparatorio stressante, ma necessario”.

Sulla scena Daria D’Amore, Chiara Di Bernardo e Mariano Di Palo, che riescono a rendere in presa diretta la disperazione dell’amore tradito. Il dolore dell’abbandono. La lascivia della lussuria che sfocia da una parte in proposte tanto improbabili quanto oscene e dall’altra nel tradimento più bieco. Un’intensità interpretativa che trascina il pubblico in un vortice di angoscia crescente, accompagnato dalla speranza condivisa che la protagonista si salvi attraverso un amore autentico e pulito.

Secondo le parole della regista, è stato conservata gran parte del testo originale, ma ne è stata cambiata la struttura e la forma, inserendo molte azioni dirette.

Infatti, il testo originario si presentava tutto sotto forma di racconto da parte di Graciela: la parte narrativa era totalizzante.

” Il passaggio – spiega Maria Claudia – è stato dal piano del narrato a quello dell’agito, per il bisogno di vedere in vivo ciò che stava accadendo. Risultano intatti, rispetto al testo originale, il monologo iniziale e quello finale che segna la liberazione della protagonista”.

In alcune fasi e processi della nostra esistenza, richiamando le parole della Pesapane, nelle persone sembrerebbe essere radicata l’idea che il vero, grande, amore faccia male. Quindi quando incontriamo un amore tranquillo, caratterizzato dalla tenerezza e dalla poesia, lo rifuggiamo.

Graciela, che mangia e beve a dismisura e balla in maniera fintamente euforica – quasi parossistica – è un personaggio bloccato, cristallizzato nel suo dolore, anche dopo che il marito se n’è andato, dopo che la storia e lei stessa si sono consumate, tra dolori, tradimenti e bugie. La scena finale ne segna, invece, la liberazione.

Ad affiancare il lavoro teatrale una call to action , in cui a più riprese la regista ha chiesto alle persone di portare con sé un oggetto – per esempio una collana o dei vestiti- che rappresentasse un ricordo ossessivo delle persone e delle situazioni da cui intendevano emanciparsi; che volevano esorcizzare.

“Io credo che ci sia un bisogno di liberazione condiviso – evidenzia Maria Claudia – E’ necessario fare i conti con se stessi per realizzare un processo di catarsi. Mi sono state portate molte cose importanti, tra cui alcuni messaggi con richieste d’aiuto, che hanno creato il substrato per per questo spettacolo. E’ stata una grande assunzione di responsabilità accompagnare queste persone nell’elaborazione del loro lutto”.

Sicuramente l’opera di Gabriel Garcia Marquez è stata scritta in un linguaggio e in un contesto diverso da quello attuale, ma la regista ha voluto conservare, almeno parzialmente, questa lontananza spaziale e temporale, per evitare che dal linguaggio poetico si passasse al registro patetico, uno scivolamento in cui si può incorrere quando si racconta di una donna che non riesce a staccarsi da un uomo.

” Ho voluto – ribadisce – conservare la misura di un sentimento universale, che attraversa lo spazio e il tempo. In questo modo sono anche riuscita a conservare un linguaggio poetico, anche se a tratti manierista, ma assolutamente naturalistico. 

Mentre il male viene palesato – passando dall’interno del personaggio all’esterno – sul palco irrompono i ricordi di Graciela: la suocera che la rimprovera di barattare l’orgoglio e la dignità in nome dell’amore, di essersi svenduta; le diverse amanti del marito; il sogno di un amore pulito e romantico, ripudiato in nome di un’ossessione. La disperazione di Graciela è tangibile, ma lei non rinuncia ad inseguire il sogno di un amore vero, a costo di rimanere sola, ma con la possibilità di trovarlo o comunque di continuare a cercarlo, con la speranza di sostituirlo a quell’unico, tormentato amore: assoluto, ma malato. 

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