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La Cassazione non conta nulla: l'Arma fa copia-incolla da Gratteri – Il Riformista

Il caso Naselli

Paolo Comi — 8 Settembre 2022

La Cassazione non conta nulla: l’Arma fa copia-incolla da Gratteri

Per il Comando generale dell’Arma le sentenze della Corte di Cassazione sarebbero “prive di pregio”. Ciò che conta è solo l’ordinanza di custodia cautelare chiesta ed ottenuta dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Emergono particolari a dir poco ‘sorprendenti’ sul modo in cui l’Arma ha prima degradato e poi licenziato il colonnello Giorgio Naselli. Provvedimento annullato la scorsa settimana, come riportato dal Riformista nel numero di martedì. L’alto ufficiale della Benemerita, ex comandante provinciale di Teramo, era stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta Rinascita Scott.

Secondo le accuse formulate da Gratteri, Naselli, quando era comandante del Reparto operativo di Catanzaro, avrebbe intrattenuto rapporti con il parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli, anch’egli arrestato nella maxi retata che aveva portato in carcere alla vigilia di Natale del 2019 circa 330 persone, e ritenuto il punto di contatto con il clan ‘ndranghetista dei Mancuso. Arrivato a Teramo, in particolare, Naselli avrebbe ripetutamente fornito informazioni ‘riservate’ a Pittelli, agevolando, sempre per i pm, nel suo disegno criminoso. Dopo l’arresto, Naselli era stato tradotto nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere e sospeso dall’impiego. Il comandante generale dell’Arma dell’epoca, il generale Giovanni Nistri, sulla base delle imputazioni provvisorie, aveva deciso l’8 giugno successivo di sottoporre Naselli ad una “inchiesta formale” per verificare se potesse continuare ad indossare la divisa. Le ultime norme militari hanno previsto, infatti, in deroga alla presunzione di non colpevolezza stabilita dall’articolo 27 della Costituzione, che si possa licenziare un carabiniere solo sulla base di un avviso di garanzia, senza una sentenza definitiva di condanna. Nistri incaricò allora un ufficiale di svolgere gli accertamenti del caso.

Circa un mese dopo, il 17 luglio, arrivò una buona notizia per Naselli: la sesta sezione della Cassazione, presidente Giorgio Fidelbo, relatore Anna Criscuolo, smontava in radice le accuse nei confronti del colonnello, soprattutto di aver voluto agevolare il clan dei Mancuso, disponendone l’immediata liberazione. La scarcerazione era accolta con grande soddisfazione da tutti i colleghi che avevano conosciuto Naselli. “Siamo commossi”, aveva dichiarato il segretario generale del Nuovo sindacato carabinieri Calabria, Amedeo di Tillo. Quando tutto sembrava allora procedere per il verso giusto, ecco arrivare la doccia fredda: l’ufficiale che aveva svolto l’istruttoria, il 28 luglio, dieci giorni dopo la sentenza della Cassazione, depositava una nota affermando che gli addebiti contestati a Naselli erano fondati. Sulla base di tale atto, il colonnello veniva deferito davanti ad una Commissione di disciplina, nominata sempre dal comandante generale e composta dai cinque generali più alti in grado. Tale Commissione, il 16 novembre del 2020, dopo un ‘turbo processo’ stabiliva che Naselli non era “meritevole di conservare il grado”.

Sono “prive di pregio le memorie difensive e le relative documentati presentate nell’ambito dell’inchiesta formale e innanzi all’organo collegiale in quanto non apportano alcun elemento utile a propria discolpa”, si leggeva nell’atto dei cinque generali, poi trasmesso al Ministero della difesa per il responso finale che non ha lasciato scampo a Naselli. “Tenuto conto della gravità del fatto commesso”, avendo “leso i principi di moralità e rettitudine che devono sempre caratterizzare il comportamento del militare dell’Arma il cui prestigio risulta gravemente compromesso” è “irrimediabilmente pregiudicata quella relazione fiduciaria che deve necessariamente permanere tra amministrazione e dipendente”, e dunque il colonnello va degradato e licenziato.

Il provvedimento di espulsione di Naselli, come detto annullato dal Tar, porta la firma dell’ammiraglio Pietro Luciano Ricca, direttore generale della Direzione per il personale militare e stretto collaboratore del ministro della Difesa Lorenzo Guerini. La motivazione riporta con ‘copia ed incolla’ il capo d’imputazione indicato nell’ordinanza di arresto del dicembre del 2019, sottolineando l’aggravante di aver commesso il fatto per agevolare l’attività di tipo mafioso ndranghetistico della nota cosca Mancuso, annullata dalla Cassazione il successivo mese di luglio. “A questo punto Naselli dovrà essere reintegrato in servizio”, è stato il commento del difensore del colonnello, l’avvocato Gennaro Lettieri, all’indomani della decisione del Tar di annullare il provvedimento ministeriale. C’è solo da capire chi dovrà risarcire il colonnello.

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