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L’Homo Sacer di Giorgio Agamben

Giorgio Agamben è un filosofo molto discusso, soprattutto per aver estremizzato concetti, frutto di un duro e complesso lavoro di ricerca, a partire dagli anni ottanta del novecento, riguardanti le distorsioni della cosiddetta civiltà in cui siamo immersi. Una civiltà che è frutto di incongruenze, di difficoltà, di esasperazioni, in cui spesso il diritto è esercitato solo dal potere dominante.


Per occuparsi di Agamben è necessario considerare il corpus della sua opera, ovvero il riferimento ad alcuni termini importanti: limite, confine, limbo, soglia, indefinito, terzo escluso, stare nel mezzo, ovvero tutte quelle parti intermedie e indistinte, che non stanno né dall’una né dall’altra parte. In quello spazio, si trova immerso l’homo sacer, l’abitante della vita nuda, non vestita, che non ha un habitus, non è né il divino ma neanche l’umano, e comunque fa parte di una comunità. Ora sarebbe proprio da verificare quell’intermedio, quello che non è altro dal mediato sociale o dal nuovo, che non è ancora realizzato.

Agamben ha realizzato il progetto Homo Sacer, riprendendo gli studi di Hannah Arendt e Michel Foucault sul totalitarismo e sulla biopolitica ed ampliando molti concetti. Dal 1995 ha pubblicato i volumi: Homo Sacer: potere sovrano e nuda vita (1995); Stato di eccezione. Homo Sacer II, 1 (2003); Stasi: la guerra civile come paradigma politico. Homo Sacer II, 2 (2015); Il sacramento della lingua: un’archeologia del giuramento. Homo Sacer II, 3 (2008); Il regno e la gloria: per una genealogia teologica dell’economia e del governo. Homo Sacer II, 4 (2007); Opus Dei: un’archeologia del dovere. Homo Sacer II, 5 (2013); Resti di Auschwitz: il testimone e l’archivio. Homo Sacer III (1998); La più alta povertà: regole monastiche e forme di vita. Homo Sacer IV, 1 (2013); L’uso dei corpi. Homo Sacer IV, 2 (2016). A partire dal 2017, queste opere sono state raccolte e pubblicate in un unico volume che ha dato organicità ai “concetti di forme-di-vita e stili di vita”, una vita in cui non è mai possibile separare qualcosa come la nuda vita, perché l’esistenza è da vivere come possibilità o potenzialità. (1)

Per il filosofo, l’umano è il luogo di una decisione storica incessantemente aggiornata, che fissa ogni volta il confine che separa l’uomo dall’animale. Oggi, ciò che si è affermato funziona escludendo dall’uomo la vita animale e producendo l’umano attraverso questa esclusione. Ma perché il meccanismo possa funzionare, occorre che l’esclusione sia anche una inclusione, e che fra i due poli, l’animale e l’umano, vi sia un’articolazione e una soglia che insieme li divide e li congiunge, che passa necessariamente all’interno dell’uomo tra vita biologica e sociale.

Agamben nella sua opera principale: “Homo Sacer: potere sovrano e nuda vita” (2), analizza una figura che nel diritto romano pone questioni fondamentali sulla natura del diritto e del potere. Secondo le leggi dell’Impero Romano, chi commette un certo crimine è bandito dalla società e perde i suoi diritti di cittadino. Questa è la vita del bando sovrano (3), rimesso alla propria separatezza e consegnato alla mercé di chi l’abbandona, escluso e incluso. Pensiamo all’esilio: è una pena o un diritto/rifugio? La zona di indifferenza è la relazione politica originaria tra amico/nemico, concittadino/straniero. È l’ambiguità semantica in bando / a bandono, che significano alla mercé di, ma anche liberamente: correre a bandono. Bandito è escluso, ma anche aperto, libero (mensa bandita). Il bando è la forza attrattiva e repulsiva, i due poli dell’eccezione sovrana: è sovranità ed espulsione dalla comunità (4)

Diventa così un homo sacer (uomo sacro): può essere ucciso da chiunque, mentre la sua vita è al contrario considerata “sacra”, cioè non può essere sacrificata in una cerimonia rituale. Può essere associato all’immagine del sovrano che sta all’interno della legge (quindi può essere condannato, ad esempio, per tradimento, come persona fisica) ed al tempo stesso fuori dalla legge (poiché come corpo politico ha il potere di sospendere la legge a tempo indeterminato).

Esplicita il concetto di sacratio da interpretare come figura autonoma, per superare la pretesa ambiguità del sacro tra “l’infinità della sua uccisione e il divieto di sacrificio”. (5)

Qui la struttura è formata da due tratti: l’impurità dell’uccisione e l’esclusione dal sacrificio. L’homo sacer è posto al di fuori della giurisdizione umana senza trapassare in quella divina: vive una doppia esclusione, è nel mezzo. “l’homo sacer appartiene al Dio nella forma dell’insacrabilità ed è incluso nella comunità nella forma dell’uccidibilità. La vita insacrificabile è, tuttavia, uccidibile, è la vita sacra”. (6)

In tal senso, le leggi esercitano il potere di controllo politico, la sovranità, concepita come il potere che determina cosa o chi deve essere incorporato nel corpo politico (secondo il suo bíos) mediante la più originaria esclusione (o eccezione) di ciò che deve rimanere fuori dal corpo politico, che è anche la fonte della composizione di quel corpo (zōé). I greci non si occuparono di vita naturale, né zōé, né bíos. Essa era solo vita riproduttiva, esclusa dalla polis. È Foucault che riprende il concetto con la “volontà di sapere” (7); dopo la Arendt, la “condizione umana” finalmente è ricondotta nella polis (la zōé), nel terreno della biopolitica. Nel 1982 Foucault compie due direttrici di ricerca: le tecniche politiche e le tecnologie del sé, con il processo di soggettivazione. Per Agamben, la composizione si realizza nel modello giuridico-istituzionale ed in quello biopolitico del potere. Non è tanto l’inclusione della zōé nella polis, ma è “lo spazio della nuda vita” che coincide con “lo spazio politico”, quando in origine era ai margini dell’ordinamento e costituiva il fondamento nascosto su cui si esplicitava il sistema politico. Quando i confini sfumano, la nuda vita diventa il soggetto e l’oggetto dell’ordinamento politico e dei suoi conflitti. Esclusione e inclusione, esterno ed interno, bíos e zōé, diritto e fatto entrano in una zona di “irriducibile indistinzione”. (8)

Riferendosi al Processo di Kafka, introduce le situazioni assurde e paradossali: Josef K. è giustiziato in merito ad una condanna inflitta senza avere notizie delle accuse a suo carico, per cui non ha mai potuto attuare una difesa. Nel processo di creazione di uno stato di eccezione questi effetti possono aggravarsi: colui che è stato accusato di aver commesso un reato perde la capacità di usare la propria voce e rappresentarsi. L’individuo può essere privato non solo della propria cittadinanza, ma anche di qualsiasi forma di rappresentanza sulla propria vita.

La decisione sovrana è la sfera in cui si può uccidere senza commettere omicidio e senza celebrare un sacrificio. Il sacro permette di ricomporre santità e impurità, che un tempo erano termini ricomposti, senza alcuna antitesi. Solo nel 1912 Durkheim (9) introduce l’ambiguità della nozione di sacro e le categorie religiose sono distinte in fauste e nefaste, anche se sono due varietà del sacro. Con Otto, il concetto di sacro coincide con quello di oscuro, impenetrabile (numinoso). Infine, il Freud di “Totem e tabù” riconduce il sacro a santo e maledetto. (10)

Alcune concettualizzazioni di Agamben riguardano la stretta attualità e danno forma al suo pensiero. (11)

Stato d’eccezione e Paura sono elementi correlati: da un lato la sospensione della legge, sul modello di Carl Schmitt in cui il diritto è “sospeso” senza essere abrogato, diventando la condizione normale di governabilità, e dall’altro la condizione di nuda vita. È evidente che si è disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti, le convinzioni religiose e politiche. Gli uomini si sono abituati a vivere in condizioni di crisi perenne e di perenne emergenza che non sembrano accorgersi che la loro vita è stata ridotta a una condizione puramente biologica e ha perso ogni dimensione non solo sociale e politica, ma persino umana e affettiva.

Un altro concetto è l’Indistinguibilità, in cui il compito politico dell’umanità è quello di esporre il potenziale innato nella zona di indistinguibilità. Infatti, qualunque singolarità voglia appropriarsi dell’appartenenza stessa, del proprio essere-in-linguaggio, rifiutando così ogni identità e ogni condizione di appartenenza, è il principale nemico dello Stato.

La Soglia è il dentro e il fuori in cui siamo sempre collocati.

Un aspetto importante è quello della Soggettivazione, la dottrina del soggetto che per Agamben resta fondamentale perché umano è solo colui che testimonia del non-umano, e che il soggetto testimonia innanzitutto di una desoggettivazione. E soggetto è colui che porta alla parola un’impossibilità di parlare.

Il Corpo/uso dei corpi implicherebbe uno studio a parte, dal momento che la società attuale si occupa più dell’uso che del corpo in sé.

Agamben si sofferma molto sulla Forma di vita. Se chiamiamo “forma-di-vita” questo essere homo sacer, che è solo la sua nuda esistenza, questa vita che è la sua forma e resta inseparabile da essa, allora vedremo aprirsi un campo di ricerca che giace al di là di quello definito dall’intersezione di politica e filosofia, scienze medico-biologiche e giurisprudenza. Se il campo è lo spazio in cui lo stato di eccezione comincia a diventare la regola, i Campi di concentramento sono riferimento pressoché continuo. Ciò che è accaduto nei campi eccede così (è al di fuori) del concetto giuridico di crimine che la specifica struttura giuridico-politica in cui si sono verificati quegli eventi è spesso semplicemente omessa. Le condizioni nei campi erano conditio inhumana, e i carcerati in qualche modo definiti al di fuori dei confini dell’umanità, sotto le leggi di eccezione.

La conclusione è affidata ai Diritti umani, che da universali vengono rimossi. All’interno di uno stato di eccezione, quando un detenuto è posto al di fuori della legge è ridotto a nuda vita, agli occhi del potere giudiziario. All’interno di uno stato di eccezione i confini del potere sono precari e minacciano di destabilizzare non solo la legge, ma la propria umanità, così come la loro scelta di vita o di morte.

Tutto ciò per dire che Giorgio Agamben, al di là delle estremizzazioni che hanno riguardato le recenti prese di posizione assunte, offre in questa opera, l’intero corpus delle sue ricerche, una visione attuale che certamente porta a riflettere. Questo è forse il motivo che ha fatto ritenere nel mondo l’homo sacer un progetto innovativo e particolarmente apprezzato.

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Note:

  1. Agamben G., Homo sacer, Quodlibet, 2018.
  2. Ora nell’opera: Homo sacer, cit.
  3. Agamben, alle pp. 39-40 dell’opera cit., si riferisce a Nancy ed al concetto di bando/abbandono, inteso come forma di relazione. Su Nancy, cfr., p. 63.
  4. Ivi, p. 105.
  5. Ivi, pp. 75.
  6. Ivi, p. 82.
  7. Ivi, p. 18.
  8. Ivi, p. 22-25.
  9. Durkheim È., Le forme elementari della vita religiosa, Comunità, 1963, pp. 446-448.
  10. Agamben G., Homo sacer, cit., pp. 77-79.
  11. Questi concetti sono presenti nell’opera: Agamben G., Homo sacer, cit.

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