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Monitorare è la cura

Siamo iper sorvegliati ma temiamo di condividere dati di interesse epidemiologico che salverebbero la vita a molte persone

Vi è qualcosa che è difficile da capire nel nostro paese: l’ostinata mancanza di attenzione per la sorveglianza epidemiologica, attraverso l’istituzione di un campionamento costante e ben bilanciato della popolazione per misurare l’incidenza di patogeni conosciuti e l’eventuale arrivo di patogeni sconosciuti.

Mi spiego meglio: da molto tempo, in tanti, tra cui il premio Nobel Giorgio Parisi, abbiamo chiesto che i dati di interesse epidemiologico fossero ricavati a partire da un campione statisticamente rappresentativo e robusto della popolazione, in modo da conoscere la reale percentuale di positività della popolazione nel tempo ed altri utili parametri, in grado di indirizzare la risposta sanitaria nazionale nel modo migliore.

Si tenga presente che questo campione sentinella non necessita di essere di dimensioni enormi: come già avviene nel Regno Unito, ma come soprattutto insegnano sondaggi organizzati di continuo per ogni specie di interesse commerciale, politico e diverso, è piuttosto facile ottenere un numero di individui scelti in modo da rappresentare l’intera popolazione italiana, da testare per qualche loro caratteristica, come certamente Istat o Iss sono in grado di fare.

Questo campione sentinella potrebbe variare nel tempo, in modo da non dipendere sempre dalla buona volontà degli stessi individui, e potrebbe ovviamente servire a monitorare in modo completo non solo l’attuale incidenza di Sars-Cov-2, ma anche quella di una serie di altri patogeni vecchi e nuovi, allertandoci utilmente dell’arrivo di qualche nuova malattia infettiva.

Allo stesso tempo, esaminando come si fa in Inghilterra la condizione dei soggetti infettati e di quelli non infettati, si potrebbero ricavare indicazioni circa fattori di rischio, aspetti clinici ed una miniera di altre informazioni di interesse per la sanità pubblica, ma anche per gli individui partecipanti al test.

Ovviamente, vi sono alcuni aspetti di cui tener conto per incentivare la partecipazione e superare qualche comprensibile resistenza: primo fra tutti, bisogna tener conto che le persone, giusto o sbagliato che sia, potrebbero non voler far conoscere il loro stato di positività ad un agente infettivo, sia per ragioni di stigma sociale, sia soprattutto quando vi siano misure di isolamento conseguenti all’identificazione del patogeno.

Meccanismi di compensazione economica possono tuttavia essere utili a superare questo tipo di resistenza, soprattutto considerando che, in media, ci si aspetta un esborso di denaro pubblico per queste condizioni che sia tutto sommato contenuto, vista la limitata dimensione necessaria per costituire il campione sentinella e la ancor più limitata prevalenza attesa delle varie patologie che dovessero portare all’isolamento dei soggetti positivi.

Inoltre, meccanismi di tutela molto stringente per la privacy, a partire dall’anonimizzazione per disegno dell’indagine statistica, potrebbero garantire ulteriormente i partecipanti circa la tutela dei propri diritti, a fronte di vantaggi in termini di assistenza medica e diagnostica cui non avrebbero accesso in modo così capillare.

Dobbiamo ricordare che quella di Covid-19 è solo la prima delle pandemie dopo il 2000: la preparazione per le prossime, anche solo causate da ulteriori varianti di Sars-Cov-2, in un mondo moderno che facilita la rapida diffusione dei patogeni non può essere fatta altro che con mezzi scientifici moderni, in cui la statistica in tempo reale possa informare le decisioni in tema di salute pubblica.

Perché accettiamo la sorveglianza da parte dei gusti, dei consumi e delle abitudini delle persone delle agenzie di marketing, la ancora più invasiva e completa analisi delle nostre idee attraverso il tracciamento digitale, il controllo dettagliato del movimento di ogni singolo euro da parte dei cittadini, e siamo invece così resistenti di fronte a misure di monitoraggio sanitario dalla limitatissima invasività, ma dai grandi benefici per la popolazione (lo dimostrano le numerosi utilissime analisi inglesi), a fronte di costi oltretutto limitati per la collettività? Abbiamo forse paura che la politica sia messa di fronte a dati oggettivi che ne indirizzino l’azione, limitandone le interpretazioni abusive cui spesso abbiamo assistito durante la pandemia, soprattutto da parte delle sparpagliate autorità sanitarie regionali, custodi di un potere decisionale che non gradisce essere costretto ad uniformarsi ai fatti? La sorveglianza epidemiologica, fatta bene, è un diritto dei cittadini collegato a quello alla salute: è ora di pretendere che sia realizzata al meglio, magari anche impiegando una frazione infinitesimale di quei soldi del Pnrr che ci si appresta a riversare in goni sorta di diverse misure.

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