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Napoli, tu sei una cosa più grande: ecco il confronto tra la squadra di Spalletti e quella di Sarri

Mentre scorrono le immagini del campo, e si sovrappongono con quelle della memoria, il Napoli di Spalletti e quello di Sarri sembrano disporsi uno di fronte all’altro per ispirare il giochino più maldestro e pericoloso del calcio. Però guardandoli, uno sovrapposto all’altro, e poi rileggendo ciò che Kalidou Koulibaly ha dichiarato l’altro giorno al Corriere della Sera – la tentazione, che sa pure di provocazione, diventa legittima e la domanda sorge spontanea: quale Napoli è più forte, adagiando l’uno a fianco all’altro ma dinnanzi ad uno specchio? Vista dal K2, l’osservatorio interessato e però anche privilegiato, lo spiegherà il campo («Se vinceranno diremo che sono loro i più forti. Ma non possiamo fare paragoni. Quel Napoli giocava in modo incredibile, dominavamo tutte le squadre. Oggi anche quando non dominano uccidono le partite»). Da quel maggio del 2018, lo scudetto – lasciato in albergo, a Firenze, con 91 punti – è tornato a essere un’ossessione: che ora, però che non si sappia in giro, Spalletti ha (ri)trasformato in sogno. È il sequel de «La Grande Bellezza», ma stavolta Jep Gambardella vorrebbe cambiare il finale.

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Differenze

In questo perverso e anche diabolico confronto, banalmente si devono sottolineare alcuni aspetti: non è possibile trascinare il Napoli di Sarri nel campionato attuale, né si può immaginare quello di Spalletti immergendolo nel 2018. Quella squadra apparteneva ad un progetto consolidato, figlio del tempo, avviato da Benitez e rifinito dal «mago» di Figline attraverso la continuità; questa è la rappresentazione plastica di una rivoluzione totale, shakerata dal «genio» di Certaldo, fusa immediatamente con un calcio egualmente stellare. Nel faccia a faccia tra i singoli sarebbe ancora davanti il Napoli di Sarri, ma quello di Spalletti sta germogliando non è esploso del tutto, ha prospettive inimmaginabili, può eguagliarlo in fretta, persino offuscarlo. Il Napoli di Sarri uscì dalla Champions – con City, Feyenoord e Shakhtar – mentre Spalletti ha sedotto l’Europa abbagliandola: si fa in fretta a capovolgere una sensazione e – nell’azzardo dell’impossibile – a ripensare che nelle sue modernità, il Napoli contemporaneo emerga leggermente sul predecessore, perché c’è un orizzonte davanti a sé.

La difesa

Reina ha più piedi (pure ora) rispetto a Meret e a tanti centrocampisti italiani, ma il «bambino» ha una tecnica che va riconquistata con la leggerezza perduta. La coppia Albiol-Koulibaly s’è portata appresso tratti di sintonia – e di sincronia – da urlo mentre Rrahmani e Kim stanno muovendo, con padronanza i loro primi passi. Di Lorenzo è arrembante, quasi frustrante per gli avversari e a sinistra, conviene ricordarlo, Ghoulam di quelle serate rappresentava l’eleganza più autorevole dell’universo calcio: ma il primo novembre 2017, con l’infortunio con il Manchester City, la sua avventura – e la sua carriera – si frantumò e quel Mario Rui era inferiore a questo, «professore» davvero.

Il centrocampo

Allan rubava palloni andando a sradicarli, Anguissa se li lascia consegnare nell’ampiezza o nella copertura: la differenza è nella postura, nell’atteggiamento, le stesse diversità che sembra esistano tra la verticalità di Jorginho e l’intelligenza di Lobotka, un radar che ha meno tracce ma dà più centralità, persino maggior personalità. Con Hamsik, lo saprà anche Zielinski, non si entra in conflitto, né cerebralmente e né atleticamente, anche se gli strappi del polacco sono un invito all’estasi.

L’attacco

Un altro Callejon, con la sua capacità di sfuggire alle linee e quel timer per aggredire il cambio gioco da sinistra, non s’è ancora visto e quindi… Politano attacca a modo suo, converge per chiudere con il sinistro, affonda per appoggiare sugli scarichi; e Lozano ha una velocità che può far male. Il Mertens falso nueve, che poi falso non lo è mai stato, ha recitato a suon di gol, le statistiche hanno un peso (e ci mancherebbe) ma Osimhen ha ancora e solo quasi 24 anni, spinge a leggere nella palla di cuoio per scorgerlo tra i grandi. Il tiraggiro di Insigne – il migliore: 14 gol stagionali, 13 assist – ora viene declamato nei dribbling di Kvaratskhelia – 8 gol e 8 assist – che nella sfrontata esuberanza dei suoi 21 anni traccia effetti speciali e induce a vagare nell’incertezza tra uno scugnizzo di Frattamaggiore e il suo omologo georgiano, che pare già più letale.

La panchina

Juan Jesus e Olivera, Ndombele ed Elmas, Raspadori e Simeone e Lozano (o Politano): il livello dei cambi s’è alzato, è cresciuta la panchina, che si è allargata e ora consente cinque cambi. È un altro calcio, pure in questo senso, come lo è rimettendo uno a fianco all’altro il Napoli di Sarri e quello di Spalletti: uno palleggiava anche molto orizzontale, preparando (principalmente ma non esclusivamente) lo sfondamento a sinistra; l’erede è padrone delle sfide, le orienta, pare persino plasmarle o indirizzarle. È un filo azzurro che lega due epoche, meravigliose da guardare, senza correre il rischio di accapigliarsi: lo spettacolo continua, ma l’emozione – maledizione – è racchiusa in quella nuvola di felicità che accompagna dentro al Pantheon. Chi vince, festeggia; chi perde, si dispera: nei secoli dei secoli, entrambi….

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