Parco Bove, il dramma nei giorni felici: 40 positivi. E muore Natalino, il più amato di tutti

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Il 10 maggio 2021 doveva essere una giornata storica. La consegna delle nuove palazzine alle 40 famiglie di Parco Bove. Erano arrivati tutti di buon mattino, a piedi. Le ultime baracche del rione Paradiso sono distanti appena 300 metri da quelle palazzine fiammanti che si affacciano sulla nuova piazza, intitolata al presidente Sandro Pertini. I volti finalmente sorridenti, i bambini correndo nonostante la giornata afosa: sono loro l’ultima generazione nata in Parco Bove, prima di loro i genitori e ancora prima i nonni e in alcuni casi anche i bisnonni. Sessant’anni di attesa, lotte, pianti, amianto, morti per cancro, soffitti che cedevano, fogne che esplodevano in casa, freddo, caldo. Finalmente era finita. Il sindaco Riccardo Rossi ha consegnato le chiavi, loro sono saliti silenziosamente per le scale, ognuno aspettava davanti alla sua porta di poter entrare. C’era gente sui pianerottoli, i bambini non vedevano l’ora di entrare. Le telecamere raccontavano quei momenti finalmente felici, dopo anni di pianti: al piano di sotto c’era uno solo che parlava per tutti, come sempre: “Brontolone”, così lo soprannominavano Natalino Urso, 62 anni, quasi 50 dei quali trascorsi in una delle baracche.

“Siamo felicissimi, è una giornata speciale per noi ma non possiamo festeggiare. Aspettiamo buone notizie dall’ospedale”. C’era uno dei bambini del Parco ricoverato per un delicato intervento chirurgico. “Quando rientra faremo doppia festa”, aveva detto Natalino.

Quella mattina del 10 maggio nessuno poteva immaginare che le 40 famiglie di Parco Bove avrebbero dovuto ancora combattere una battaglia, la più difficile di tutte, contro un nemico vigliacco. Ancora di più perché si è insinuato quando la guardia era stata abbassata, il peggio sembrava passato, quando la gioia del trasloco imminente e del poter vivere finalmente in una vera casa ha probabilmente fatto commettere qualche leggerezza. Ma a Parco Bove non ci sono 40 famiglie, ci abita una famiglia soltanto, tanto stretti sono i legami. E così si sono ammalati di Covid, quasi tutti. Un’epidemia senza precedenti per intensità, probabilmente scatenata dalla variante indiana del Covid. E’ iniziata da una donna che aveva accolto un parente proveniente da fuori e si è diffusa rapidamente già dal giorno successivo a quello della consegna delle chiavi. Una quindicina di famiglie positive ai test, una quarantina di persone contagiate, quasi tutte con sintomi importanti. E Natalino non ce l’ha fatta.

Quando l’ambulanza è arrivata a casa e aveva grosse difficoltà a respirare, ha guardato negli occhi la moglie Maria e le ha detto: “Non torno più”.

La morte di Urso ha devastato il cuore di tutti, ha chiuso per sempre la pagina dei festeggiamenti. L’epidemia ha rallentato anche i traslochi, quasi come se il destino di volesse accanire, come se quelle baracche non dovessero essere abbandonate.

Natalino Urso aveva sposato Maria giovanissimo e da una casa vicino alla chiesa del quartiere erano andati a vivere nelle baracche: qui sono nati i tre figli (due femmine e un maschio) e qui ogni domenica arrivavano i quattro nipotini. Perché su una cosa non transigeva: nei giorni di festa tutti insieme, con tavolate che iniziavano alle 2 del pomeriggio e si chiudevano a sera. Per anni aveva fatto il barista in via Conserva, aveva gestito il bar Moka. Poi si era dato da fare come metalmeccanico a Cerano. Ora campava dignitosamente con il reddito di cittadinanza in attesa della pensione e nel Parco si dilettava a riparare le motociclette e le bici di tutti. “Brontolone” ne ha fatte di battaglie in questi anni: lui in quella casa era regolare, ma tante altre famiglie avevano occupato le baracche non avendone diritto. E lui aveva tentato la mediazione, insieme al sindacalista Cobas Bobo Aprile, tentando di non farle buttare fuori.

“Era un amico speciale, ci eravamo scelti reciprocamente come dirimpettai”, ricorda Marcello Mastrogiacomo, un altro che in quelle baracche ci è nato. Piazza Pertini, scala A, secondo piano: è il pianerottolo delle famiglie Mastrogiacomo-Urso, ma Natalino non ci sarà. “Progettavamo di organizzarci per l’estate, dovevamo piazzare un tavolo nel cortile e giocare a carte, divertirci. Tutto all’improvviso è finito”.

Natalino ha avuto appena il tempo di mettere piede nell’appartamento che aveva inseguito per 50 anni: due giorni soltanto, per iniziare i lavori che la moglie gli aveva chiesto di fare. Poi si è ammalato e l’ambulanza l’ha portato via dal Parco.

Dovevano essere i giorni di festa questi e invece le baracche sono avvolte da un grande silenzio: dentro le case i cartoni con le masserizie da portare via, molti sono ancora positivi al Covid o in quarantena. Il trasferimento avverrà un po’ alla volta, poi arriveranno le ruspe. A cancellare gli ultimi ricordi, gli ultimi dolori.