Salute pubblica e libertà: una risposta al professor Lottieri

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No, il governo e la comunità scientifica non hanno rivendicato la disponibilità del corpo di ciascuno. Semmai, nella Costituzione la tutela della salute individuale è “d’interesse della collettività”

Mi ha molto colpito la lettera di Carlo Lottieri, professore associato di Filosofia del diritto all’Università di Verona, appena pubblicata sul Foglio, in difesa della libertà degli individui prima, e dell’accademia poi. Credo di aver capito che a giudizio dell’autore e immagino di molti altri questa libertà, più ancora che la democrazia, è messa in pericolo da un processo di erosione continuo, iniziato presumibilmente da tempo (come sostiene Massimo Cacciari), ma oggi più pericoloso perché reso accettabile e auspicabile agli occhi del pubblico in nome della difesa della salute pubblica.


La lettera di Lottieri mi ha colpito non solo perché è molto ben scritta, ma perché finalmente, al contrario di quanto accade a Cacciari, Agamben e altri, evita di cadere nella trappola di contestare la conoscenza scientifica provvisoriamente acquisita sulla pandemia con argomentazioni da antivaccinisti, e si concentra invece su quello che è un problema ovvio e centrale per ogni cittadino, anche inesperto di teoria e filosofia del diritto o di tecnica giuridica: quale sia il punto di equilibrio fra la tutela della salute pubblica – un dovere cui non dico ogni stato democratico, ma neppure ogni comunità civile che chieda ai suoi membri di essere riconosciuta può sottrarsi – e una serie di diritti umani fondamentali che il professore identifica nel diritto di disporre del proprio corpo e nel diritto di deviare da un “un uomo medio che – per il bene del popolo – deve vaccinarsi”. Che il punto importante sia questo, è chiaro quando Lottieri scrive: “Nell’ordine che s’è imposto sfruttando la crisi pandemica non soltanto il governo ha rivendicato la disponibilità del corpo di ognuno sulla base di una visione dogmatica e antiscientifica della scienza, ma ha anche spento ogni confronto intellettuale”.


Ora, io vorrei far presente alcune cose. Innanzitutto, mi pare che né il governo, né la comunità scientifica si siano rifugiati in una visione dogmatica; al contrario, ho paura che in entrambi i casi si sia fin troppo spesso deciso di fare compromessi su base politica, in presenza di inevitabili incertezze della conoscenza di un patogeno nuovo. E’ per queste incertezze, non per un presunto dogmatismo, che si è cambiata continuamente politica vaccinale, o idea sulle mascherine nella prima fase della pandemia; ed è sulla base di dati via via acquisiti, anche in presenza di nuove varianti, che si continuano ad adeguare le politiche di sanità pubblica in tutto il mondo.

Il governo, e la comunità scientifica, non mi pare affatto che rivendichino la disponibilità del corpo di ognuno; la grande maggioranza dei cittadini, invece, rivendica il diritto alla propria integrità fisica e alla tutela della propria salute individuale, un diritto guarda caso sancito in Costituzione come “interesse della collettività”. Si badi bene: la tutela della salute individuale, in Costituzione, è di “interesse della collettività”, non solo dell’individuo: questo esattamente perché, senza questa base, non sarebbe possibile garantire cure gratuite e illimitate ai cittadini. Ed è per questo che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”, come leggiamo in Costituzione immediatamente dopo: perché per legge deve essere possibile imporre un trattamento sanitario, ove sia in gioco la tutela della salute degli individui che compongono la collettività. Questo è esattamente il caso delle malattie infettive: un trattamento sanitario obbligatorio degli individui può, in linea di principio, evitare che la salute degli altri sia a rischio; altri che esisteranno sempre e comunque, sia perché non vaccinabili, sia perché, anche nella migliore delle ipotesi, esisterà una popolazione ampia di non-responders a ogni trattamento che si possa concepire, vaccinazione inclusa.


Ovviamente, deve essere provato che il trattamento che si vuole imporre diminuisca davvero il rischio per gli altri; deve cioè sia essere provato che il rischio per gli altri, nelle condizioni concrete, esista, sia che il trattamento che si vuole imporre sia efficace. E di questo, non di altro, deve occuparsi la comunità scientifica: di fornire le prove che questo sia più probabilmente il caso, oppure che sia vero il contrario, perché non sia compressa la libertà degli individui senza ragione. In ciò consiste appunto il criterio della ragionevolezza di una misura imposta; ed è su questo che, come ricercatore, mi piacerebbe confrontarmi, per vedere se sia davvero necessario imporre una certa misura a tutti, a certuni o a nessuno.


Non pretendo di avere la risposta a priori, e potrebbe ben darsi che l’obbligo vaccinale, universale o limitato a certe categorie, risulti privo di fondamento; ma non accetto nemmeno che, a priori, si opponga un rifiuto all’intervento dello stato in nome della difesa di un principio di libertà non sussistente nella nostra Costituzione, la libertà cioè di mettere in pericolo la salute degli altri per non porre limiti alla propria libera scelta