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Una suite per Pier Paolo Pasolini

Elegantemente raffinato l’omaggio “A Pà”, nell’anno celebrativo del centenario della nascita, offerto da Gabriele Zanini e il suo ensemble, nell’ambito del cartellone estivo di Salerno Classica

Di Gemma Criscuoli

“Mentre ascoltavo Bach, la stanza spariva…torturato dal disagio elementare di una bellezza reale”. La forza vivificatrice della musica non poteva sfuggire al poeta di Casarsa, che attinse di continuo al suo fascino. Per questo, nell’ambito di Salerno Classica, il Duomo ha ospitato “A’Pa, Pasolini Suite 100”, emozionante omaggio a questo spirito libero del Novecento.  Attraverso poesie, lettere, aneddoti, fotografie, Gabriele Zanini ha guidato il pubblico tra le scelte e le ossessioni dell’intellettuale: l’incontro rivelatore con Pina Kalc, che lo ha indotto a trovare, appunto, in Bach e nel violino una delle proprie cifre espressive; l’irridente vitalismo delle borgate, lontane anni luce dalle convenzioni borghesi e, agli occhi dell’autore di “Ragazzi di vita”, luogo del sublime che affiora dal degrado e ispira “Cristo al Mandrione”; le donne con cui ha condiviso tanto di sé. Oriana Fallaci gli diceva “La malinconia te la porti addosso come un profumo”, Laura Betti, che si era assunta il gravoso compito di farlo ridere, ricordava di poter aspirare a essere, dato il proprio peso, non il bastone, ma la palla della sua vecchiaia, Maria Callas, inizialmente considerata espressione dell’odiata borghesia e poi perfetta incarnazione della mitologia fisiognomica del regista in “Medea”, lo invitava a rinascere e a ricordare che “la vita è creazione, è dignità”. Lo sguardo pasoliniano non sapeva rinunciare alla profondità più spudorata, sia che fosse rivolto alle proprie inquietudini, come mostra la dolente nudità di “Supplica a mia madre” e “Senza di te tornavo”, sia che puntasse a “La dolce vita”, rievocata nella colonna sonora, insieme  a quella di “Amarcord” e di “Otto e mezzo”, a cui aveva contribuito senza che le sue scelte fossero accettate, scrivendo “Difficile immaginare un mondo più perfettamente arido”, in cui comunque “tutti i personaggi siano pieni di felicità di essere”. Francesco Galizia (fisarmonica e sax soprano) Pietro Verna (voce e chitarra), Antonio Palazzo (pianoforte e arrangiamenti) e il Quartetto d’archi Cecile hanno eseguito, con maestria coinvolgente, brani che riflettessero lo spirito dello scrittore. Oltre alla Suite n.1 in Sol maggiore, BWV 1007 di Bach e il Prelude, Op.18 di Cesar, “Generale” di De Gregori, dato il profondo orrore dello scrittore per la guerra, “Futura” di Dalla, per contrapporre l’amore a ogni aridità, “C’è tempo” di Fossati e “Le mie parole” di Bersani, a indicare il rapporto complesso tra la propria essenza e un contesto da decifrare, “La leva calcistica della classe 68”, a ricordo dell’amore per il calcio. Non potevano mancare, con “A Pa” e “Una storia sbagliata”, i tentativi di De Gregori e De Andrè di mantenere viva la memoria di quello che la Betti definiva “un uomo braccato, respinto, ma assetato d’amore”.

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