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Il 2023, per la provincia di Brindisi l’anno più delicato del millennio – Senza Colonne News – Quotidiano di Brindisi

di Gianmarco Di Napoli

Per la provincia di Brindisi quello appena iniziato è un anno delicatissimo, forse il più complesso finora del nuovo millennio, perché per una serie di congiunture temporali si sommano scadenze elettorali importantissime (in primavera si voterà nel comune capoluogo, ma anche a Carovigno, Francavilla Fontana, Oria, San Pietro Vernotico, San Donaci e Torre Santa Susanna) a cambiamenti in ruoli chiave che più che mai appaiono delicatissimi: l’arrivo del nuovo prefetto e quello del nuovo arcivescovo.
Partiamo da questi ultimi due.

A Brindisi è stata destinata per la seconda volta consecutiva una donna al vertice della prefettura. Ma mentre nel caso di Carolina Bellantoni (che ha guidato con grande equilibrio l’ufficio territoriale di governo) si trattava di un dirigente con alle spalle già due incarichi come prefetto, prima a Nuoro e poi a Mantova, per la prima volta il governo ha deciso di destinare a Brindisi un prefetto di prima nomina, promuovendo Michela La Iacona, negli ultimi cinque anni viceprefetto vicario presso la prefettura di Enna. Evidentemente il ministero dell’Interno nutre particolare fiducia in lei e il suo curriculum è di assoluto rispetto. Ma è chiaro che alle normali difficoltà che ogni rappresentante del governo nella provincia incontra inizialmente nel prendere coscienza della nuova realtà nella quale si trova ad operare, La Iacona dovrà anche prendere le misure con un ruolo di responsabilità particolarmente complesso in una prefettura che in Italia è sempre stata considerata di fascia medioalta e che è stata spesso il trampolino di lancio per dirigenti che hanno svolto una brillante carriera negli apparati dello Stato. I primi mesi saranno dunque molto delicati, tenuto conto di una situazione dell’ordine pubblico preoccupante che ha costretto Bellantoni nell’ultimo anno più volte a convocare il comitato provinciale interforze.

La nomina del nuovo arcivescovo di Brindisi Giovanni Intini non va considerata solo un fatto di Chiesa, una questione che riguarda la comunità cattolica. Prima l’emergenza della pandemia e poi le conseguenze catastrofiche del conflitto sull’economia hanno restituito una nuova centralità alle parrocchie, chiamate a fornire un supporto concreto a centinaia di famiglie in difficoltà. Molti sacerdoti, spesso nel silenzio delle sacrestie, hanno svolto un lavoro importante e ancor più dovranno fare purtroppo nei prossimi mesi. Eccellente ciò che sta facendo a Brindisi, oltre alla Caritas diocesana, il parroco del duomo don Mimmo Roma. E straordinario è il lavoro che sta svolgendo a Mesagne don Pietro De Punzio, con la Casa di Zaccheo. Ciò che monsignor Intini dovrà probabilmente colmare è quel vuoto creato tra il suo predecessore e la gente, poco predisposto caratterialmente Domenico Caliandro a rivedere in un’ottica moderna il ruolo della Chiesa, quello dettato anche da papa Francesco. Caliandro, certo, si è trovato a gestire le scorie di una gestione precedente quantomeno censurabile, che gli ha lasciato in eredità casi di preti arrestati per pedofilia e la vicenda della finta veggente truffatrice seriale, ma ha percorso la via del silenzio piuttosto che quella della trasparenza quando almeno tre parroci hanno scelto – come può accadere senza farne drammi – di abbandonare l’abito talare e il voto del celibato. Mai ha voluto fornire una spiegazione ai fedeli per i quali quei parroci erano un punto di riferimento e che semplicemente avevano fatto un’altra scelta di vita. Così come ha poi unilateralmente deciso di abolire una delle trazioni religiose più sentite dai brindisini, quella della cavalcata del vescovo nel giorno del Corpus domini, temendo per la propria incolumità.
Intini è chiamato a ricucire questo rapporto con i cittadini, non solo con i fedeli.

Una incapacità di empatia quella dell’arcivescovo emerito che fa sponda con quella del sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, giunto a fine mandato. Prima di lui, da quando il sindaco viene eletto dai cittadini (e cioè dal 1994) solo in due erano riusciti a completare il loro mandato: Giovanni Antonino alla sua prima elezione (1997-2002) e Domenico Mennitti (2004-2009). Entrambi erano stati rieletti una seconda volta, anche se poi non erano riusciti a completare il percorso, per motivi molto diversi.
Al momento non solo una rielezione di Rossi appare complessa, ma è in dubbio persino che possa essere candidato alla guida della coalizione di centrosinistra, ossia quella che l’ha portato a Palazzo di Città. Se dovesse andare così, se Rossi dovesse essere il primo sindaco di Brindisi a non centrare il secondo mandato, il capoluogo si troverà anche un nuovo primo cittadino, oltre al nuovo prefetto e al nuovo arcivescovo.
E chi prenderà il suo posto dovrà anch’egli riannodare fili interrotti da tempo: avere un ruolo nello sviluppo del porto dal quale Rossi è stato totalmente estromesso, avendo solo il permesso di organizzare concerti nel capannone ex Montecatini; tornare ad essere un interlocutore forte e credibile con i grandi gruppi industriali senza ostacolare però i progetti di sviluppo che sono fondamentali per il rilancio della nostra economia; ridare alla città quella luce di cui è stata privata e di cui il Natale più triste degli ultimi decenni è stato l’emblema.
In primavera si tornerà a votare a Carovigno e in autunno, forse, a Ostuni. Sono due comuni umiliati dalla macchia, per certi versi indelebile, dello scioglimento per presunte infiltrazioni mafiose. Al netto dell’opportunità più o meno discutibile dei provvedimenti del ministero degli Interni restano due comunità ferite che hanno desiderio di rimettersi in carreggiata e che rappresentano due volani fondamentali (anche ma non solo sul piano turistico) per l’intera provincia di Brindisi. E il voto in altri cinque comuni, tra cui anche Francavilla, completa il quadro della delicatezza dei mesi che ci apprestiamo ad affrontare.

In questo tourbillon di cambiamenti ci sono pochi punti fermi sui quali si spera di poter fare affidamento. Uno di questi è rappresentato dalla lenta riacquisizione di centralità da parte dell’Amministrazione provinciale che dopo le dimissioni di Massimo Ferrarese, ultimo presidente eletto dai cittadini prima della derubricazione delle Province in enti di secondo grado, aveva perso quel ruolo di punto di riferimento, vivacchiando di scartoffie e poco più.
L’elezione di Toni Matarrelli, regista dell’exploit di Mesagne negli ultimi anni, è l’occasione per tentare di esportare quello stesso modello su scala provinciale. Matarrelli ha un’esperienza politica tale da poter svolgere un ruolo di raccordo tra i sindaci, anche quelli eletti in coalizioni diverse dalla sua, e di essere un elemento di mediazione con il nuovo prefetto, ruolo che per altro aveva svolto già con Bellantoni. La Provincia, che finalmente potrebbe nei prossimi mesi ottenere finalmente liquidità per la realizzazione di progetti importanti nei settori di competenza, può trainare i Comuni in questo momento di delicata transizione. Per Matarrelli, che ha un rapporto privilegiato con Emiliano ma anche con i massimi rappresentanti pugliesi del centrodestra, sarà un esame importante per misurare la sua leader-ship fuori da Mesagne.

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