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Roccadaspide / Arte. Nera tra linee, colori e buchi.

di Pasquale Martucci e Antonio Di Rienzo

Nera D’Auto si sente legata al “Movimento dello Spazialismo”, o arte spaziale, fondato nel 1946 da Lucio Fontana. Gli artisti che si riconoscono in questa corrente d’arte moderna riproducono i movimenti delle particelle nella luce, dipingono vertiginose spirali nelle quali si può riconoscere la forma intima dell’energia. Fin dalla metà degli anni novanta del novecento, sulla spinta di quel movimento, furono realizzate tele con buchi, cui fecero seguito i celebri “tagli”, applicati sia in pittura, in scultura e nell’arte ceramica. Fontana si presentava ai suoi critici con tele bucate che definiva concetti spaziali, offrendo un’immagine pura, aerea, assoluta, che attirava comunque molte perplessità. Queste forme d’arte sono basate da un lato dalla materia da plasmare, dall’altro dalla ricerca dell’ignoto del cosmo, che riconduce ad intuizione, mistero, divinazione.

E Nera riconduce la sua arte proprio a questi temi.

Fin dall’infanzia dimostra creatività e curiosità. Disegna, si occupa di grafica, fumetti, legge storie e inizia con i ritratti. Frequenta l’Istituto d’Arte, il Liceo Artistico, dove apprende anatomia dei corpi, figure e nudi, utilizzo dei colori e teorie impressionistiche. La sua ricerca su luce ed energia è spasmodica e la impegnerà per tutta la vita. Incontra gli artisti del “Vortice”, fa parte del gruppo “Vairo”, poi “Centro d’Arte Sud”, frequenta artisti e intellettuali; poi partecipa ad iniziative culturali, aderisce a riviste e giornali; inizia le prime mostre. Continua ancora oggi a percorrere il territorio nazionale e internazionale per esporre: riceve premi, partecipa a cataloghi d’arte e continua incessantemente la ricerca di spazio, luce e colori.

È da sottolineare anche l’impegno culturale e civile nel Cilento.

Tra il 1993-1994, realizzò una mostra internazionale: “I miti della mia terra, il Cilento”. In precedenza, aveva esposto: “Immagini e volti del Cilento”. Le opere sono legate alla materia, in cui il colore diventa il protagonista assoluto del rappresentato e serve anche per sottolineare un carattere. Chiediamo se il Cilento si possa rappresentare attraverso colori che ne delineano le caratteristiche.

Per me i colori del Cilento sono quelli delle persone che lo abitano, che sono gioiosi, capaci di donare, ma anche un po’ malinconici. Se pensiamo ai contadini, certamente il colore è il marroncino. C’è evoluzione, ma i contadini ci sono. Però questa terra è anche vivace e si trovano anche colori più tenui.

Che rapporto hai con la tua terra, visto il tuo impegno civile e le tue numerose iniziative?

Con Peppino Liuccio facemmo una rivista; poi ho collaborato con Bartolo Scandizzi diversi anni. Liuccio voleva che facessi la giornalista ed io invece continuai per la mia strada. A Rocca, dopo la fondazione dell’Associazione “Shunt”, organizzai il “Borgo delle Meraviglie” per diversi anni. Fui la colonna portante. Organizzai in seguito un “Museo Polivalente” con il sostegno della Regione. Ho fatto anche politica, ma non mi sono mai sentita attratta da ciò, e passavo il tempo a disegnare durante le interminabili riunioni. Ho sempre preferito dedicarmi all’arte.

L’arte si relaziona con il nostro profondo e ci fa scoprire cose mai sperimentate. Questo lo affermano un po’ tutti gli artisti, ed è il contrario di chi si dedica solo alla quotidianità. Come ti rapporti con la quotidianità del tuo paese?

Passo del tempo a dipingere e a realizzare le mie opere, non vivo tanto la quotidianità delle persone comuni. Però la gente mi conosce e hanno persino chiamato la via dell’arte il luogo in cui vivo. Credo che mi amino, almeno sembra, perché sono disponibile sempre. E poi, ho anche fatto tanto, come ho detto prima. Mio marito era molto considerato, era profondamente organico alla vita del paese.

Per Peppino Liuccio ti porti dentro i segni di quel lembo di territorio cilentano che, pur essendo lo spazio fisico e la fonte inesauribile di ispirazione, è solo il pretesto per il tuo percorso artistico che attraverso varie tematiche vola nella universalità dell’arte. È solo un pretesto o c’è qualcosa di più profondo, anche in considerazione del tuo impegno politico e civile per il territorio?

Questo è ciò che pensa. Certamente mi immedesimo in ciò che faccio e passo del tempo a realizzare le mie idee. Credo che però volesse riferirsi ad alcune sculture fatte con i ricci, gli involucri delle castagne. Ho cartoline con sculture dei ricci. Il pretesto potrebbe essere proprio il livello di amore verso il territorio.

Vediamo la tua evoluzione artistica. Sei stata considerata l’artista del colore. Da dove possiamo partire?

La mia partenza è la linea, il mio principio ispiratore. Parto sempre dalla linea, una matita che corre sul foglio e racchiude la materia. Ad un certo punto, la linea negli anni ti fa trovare davanti alla prospettiva, ed allora disegni. Poi piano piano si forma il dipinto: vedo che nell’atmosfera c’è il colore e mi pongo il problema di conoscere il colore e ciò che intendo realizzare con i colori. E mi trovo davanti lo spettro di Newton con la lunghezza d’onda e la frequenza, dove ogni lunghezza d’onda ti dà il colore. Associo ad esso però un sentire, quello di Goethe, ed allora associo nella dialettica del colore lo stato d’animo.

“Il fluire della linea che scorre sul foglio e attraverso mille rivoli segna momenti di vita, esperienze e situazioni in modo chiaro, come puro istante di rappresentazione, è una cosa che mi ha sempre affascinato”, sostieni. Sono sensazioni dell’animo ma anche rappresentazioni di un istante. Ma riesci a mantenere l’istante nonostante il fluire del tempo e, del resto, la completezza del dipinto non può certo esaurirsi in un istante?

È lo stato d’animo l’istante. Ma l’istante non è solo istante. Se non c’è il momento iniziale che senti, l’istante, non esce niente. L’istante mi dà l’idea. Il quadro ha due momenti. Il primo è l’idea.

A questo punto indica un quadro …

Volevo la sospensione. Al centro c’è il fulcro, con l’equilibrio. Il baricentro fa prendere forza. Faccio lo schizzo e poi lavoro qui. Lavoravo e comprendevo che un segno mi invitava a farmi cadere. Dal centro vado verso l’esterno. Se vedete, il colore è la forza che degrada. C’è materia al centro e poi degrada. Nell’universo c’è un punto di riferimento, poi un continuo divenire, aprirsi e chiudersi. Su un mio catalogo di qualche anno fa facevo una grafica che ti dava l’impressione di un continuo divenire. Sulla questione dell’istante, certamente è quello il principio iniziale, da cui parte poi tutto il resto. Certamente il fluire del tempo dà forma, perché è sempre il movimento che caratterizza la vita.

Sei molto legata ai colori. Affermi: “Il colore sul supporto che adopero ha una massa, un segno, un elemento, una plasticità che appartiene ad un codice personale”. Nicola Scontrino ha scritto riferendosi a te: “Il suo riferimento resta la dinamicità del colore, e la rappresentazione di un fatto simbolico non determinante. In questa disputa il segno percorre il colore, lo attraversa, lascia la sua traccia facendo riemergere così tutta una simbologia pittorica che sviluppa una concettualità di cui l’artista resta l’unico possessore”. Puoi spiegare questo tuo legame con i colori?

Sento il colore, mi faccio un alfabeto. Un azzurro è per me lungo, e se penso azzurro vado lontano. Il rosso mi porta al vicino. È condensato. L’azzurro scappa va lontano. Sono sensazioni. Diciamo che il colore è tutto. È lo stato d’animo che rappresento e lo faccio con tanti colori, per dare forma alla materia, perché è la materia che ci caratterizza e rende il fluire delle cose. Dunque, i colori non sono tanto legati ai simboli della natura, quelli che convenzionalmente vengono utilizzati per le rappresentazioni e le immagini, piuttosto a stati d’animo del tutto personali.

A un certo punto arrivi allo squarcio. Oltre al colore, in un periodo più recente c’è “il taglio della tela”, lo studio dello spazio attraverso la luce. Qui c’è un aneddoto divertente, perché pare che la cosa sia iniziata per caso: una tela squarciata ha rilevato una visione dello spazio misterioso, che si è presentato alla tua vista per la prima volta. Lo strofinio ha lacerato la tela e ti ha mostrato un mondo che non avevi prima considerato ma che volevi rendere impalpabile. Perché volevi spingerti a questo?

Rendendo sempre più sfumato il colore, attraverso lo strofinio della tela ho riscontrato il buco, la lacerazione. Ed ho compreso che c’è anche altro. Mi ispiro certamente a Fontana, che ha per primo individuato lo squarcio, il taglio. E se vedete in tutti i miei lavori, anche nelle sculture, ci sono sempre i buchi. È proprio la ricerca dell’impalpabile. Attraverso lo strofinio cerco di chiedermi: che succede al colore? Si parte da una massa pesante e poi si tende a farla scomparire. Piglio una pezzolina imbevuta di solvente per far diventare il colore sempre più tenue. Si lacera la tela e vedo un mondo. Vedo il miracolo di Fontana, l’altra dimensione. Ognuno vuole dare una dimensione.

Ciro Ruju parla della “consapevolezza di un attraversamento” ed aggiunge: “Nera ci fa entrare in un mondo dove a essere interessata è la luce che si presenta”. L’attraversamento è stato riscontrato con il taglio della tela?

Diciamo che non è proprio così. Quando Ruju ha parlato di attraversamento non avevo ancora elaborato lo squarcio. Evidentemente ha colto la possibilità artistica dell’attraversamento nei miei dipinti e lo ha evidenziato. Vado a Napoli, all’Istituto d’Arte ed ho una conversazione con lui. Ha voluto vedere le mie opere ed è venuto qua. Ed evidentemente ha apprezzato.

De Piscopo ha sostenuto che gli strappi sono “il buco dell’animo dell’artista” di fronte al baratro della vita. Anche se il baratro l’artista lo supera senza eccessiva drammatizzazione. Ti riconosci in ciò?

È vero. L’artista supera gli ostacoli immergendosi nella sua arte. Io non sono drammatica, sono gioiosa. Per me il buco è il divenire, perché una persona quando muore tramanda. È un continuo esserci. Ci sono cose nuove, il divenire continuo.

Pare che ti sei ispirata ad uno spirito ribelle che combatte le idee borghesi, cioè irriverente verso l’ordine costituito. È sempre la diversità, l’essere altro dal consolidato che determina l’arte? E come è possibile che la società borghese poi si appassioni ad artisti “altro da loro”?

Certamente l’artista è irriverente e coglie significati che la vita quotidiana non riesce neppure ad immaginare. E poi, non è che rincorro la vita della società e le persone che si appassionano ai miei quadri, sono loro che si rivolgono a me anche per essere ritratti.

Qual è la giornata di un artista?

In genere la mattina faccio i ritratti. Il ritratto ha bisogno della mente limpida. Ne ho fatti tantissimi di ritratti commissionati. Ho bisogno di vedere un paio di volte i soggetti. Il primo schizzo si fa dal vero. Poi faccio una foto per mantenere l’idea della persona. Prima di finire faccio vedere il lavoro, perché la persona deve essere libera di decidere.

Preferisci ritrarre uomini o donne?

Ritrarre le persone interessanti. Il bello bello non mi piace. È più interessante ritrarre caratteri precisi, non tanto la bellezza, perché la perfezione mi fa rabbrividire. Io a volte vedo il ritratto bellissimo ma loro non sono convinti. Io devo sentire quello che faccio. Intanto per lavorare devo avere la testa libera per consentire il momento inconscio che entra.

Come definiresti un artista?

L’anima dell’artista è chi non si accontenta, è sempre alla ricerca. Deve studiare.

Quale Nera c’è adesso, rispetto al passato?

Con lo stesso affanno, mai paga. Il ritratto non comporta affanno, la creazione invece turba. La realizzazione dell’opera è continua costruzione, non è solo tecnica. Un quadro può riuscire o può non riuscire. Viene apprezzato e magari non da te. Ma io non vendo un’opera che non mi piace.

Quando ti confronti, le persone colgono le stesse cose che hai voluto rappresentare nel lavoro?

L’opera è soggettiva. Non vorrei intervenire, la persona dovrebbe avere le sue idee. Con l’arte moderna non ci sono regole di pittura. Il classicismo è forma, spazio, figura, storia, mentre con il moderno è più difficile. Le persone ci girano intorno, ed anche se il loro punto di vista non è il mio la cosa mi piace, mi fa andare avanti. È uno spunto di riflessione. Una persona competente sa quello che fai, gli incompetenti quando si esprimono mi fanno dialogare. L’arte moderna ha difficoltà di lettura.

Sei condizionata dai giudizi degli altri?

No, assolutamente. A me non serve fare arte per mangiare. È vero che se devo andare a Venezia ci vogliono i soldi, le mostre sono care. Ci sono i galleristi, i cataloghi, le strutture. Sgarbi ha fatto una mostra a Monza, ed entrare nel catalogo di Sgarbi costa.

Ci conduce nella sua casa per fotografare le sue opere e continua ad indicarci materia, caratteristiche, colori. Continuerebbe a farlo per ore.

Rosa Spinillo ha sostenuto che “l’arte non è espressione del mondo esteriore, ma solo estrinsecazione di quello intimo”. Per cui è la visualizzazione di forme, linee e colori il complesso oscuro dei sentimenti che si agitano dentro ciascuno di noi. Ovvero una sorta di abbandonarsi all’arte ed essere proiettati in un mondo forse fantastico, non limitandosi alle apparenze.  Osservando le opere di Nera pensiamo di poter condividere appieno queste parole. Si tratta di un’artista che insegue sempre ciò che è poco evidente e ciò che cambia, perché tutto è movimento ed occorre mutare continuamente l’immaginazione per cogliere il senso di una natura che non è immobile ma in evoluzione.

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